Saint Vitus – Recensione: Saint Vitus


I Saint Vitus hanno attraversato non senza scossoni quattro decenni di musica ma sono ancora qui. Forti di una grinta che solo i vecchi rockers possono permettersi, i nostri presentano il nuovo studio album, che arriva a sette anni di distanza dal precedente “Lillie: F-65” e porta simbolicamente il nome del gruppo, quasi a voelr rappresentare una rinascita.

In effetti “Saint Vitus” porta con sè alcune novità che riflettono i cambiamenti in seno alla line-up, con il barbuto e tatuato chitarrista Dave Chandler a guidarne le sorti. No, quel personaggio di Wino non è più della partita, ma il buon Dave richiama al suo posto Scott Reagers (vocalist dei primi due album e della reunion metà anni ’90), frontman dotato di un timbro lirico e particolare, talvolta capace di farsi interprete di tonalità sporche ed altre di assumerne di simili a Glenn Danzig (e qui parla bene un singolo ruvido ma vincente come “Bloodshed”).

A completare il team abbiamo poi Henry Vasquez alla batteria e Patrick Bruders dei Down al basso, mattatori di una sezione ritmica ipnotica e disturbante che tanto piace agli incalliti aficionados del doom vecchia scuola che i Saint Vitus riportano in auge. Sonorità per forza di cose figlie di Black Sabbath e Pentagram, simili ai contemporanei The Obsessed, Trouble e Witchfinder General, fanno capolino dai solchi di un disco ruvido e intrigante.

Ci sono brani classicamente doom che, grazie alla voce più profonda di Scott Reagers, acquistano dei toni epici in chiave Candlemass, ad esempio l’opener “Remains”, “Wormhole” e l’annichilente “Last Breath”, brano che risvegia il fantasma dei Sabs più oscuri. Altri pezzi puntano invece su ritmiche più heavy e veloci, offrendo anche dei refrain tutto sommato orecchiabili, come la già citata “Bloodshed”, “12 Years In The Tomb” oppure “Hour Glass”, in cui c’è anche tanto blues. In entrambi i casi, Dave Chandler piazza con disinvoltura i suoi assoli posichedelici, lunghi e acidi come ci si aspetta.

La band offre anche un paio di variazioni di stile, ovvero “City Park”, uno strampalato ambient elettronico che a ben vedere funziona solo da tappabuchi e in coda, una decisamente più efficace “Useless”, un pezzo punk hardcore che saprà scuotervi al punto giusto. E in soli 41 minuti, i Saint Vitus hanno detto tutto, senza bisogno di essere originali o di adattarsi al contesto attuale. For fans only, ma c’è da divertirsi.

Voto recensore
7
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2019

Tracklist: 01. Remains 02. A Prelude To… 03. Bloodshed 04. 12 Years In The Tomb 05. Wormhole 06. Hour Glass 07. City Park 08. Last Breath 09. Useless
Sito Web: http://www.saintvitusband.com/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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