Sacred Reich – Recensione: Awakening

Anche se sono rimasti assenti dalla scena per diversi anni i Sacred Reich hanno comunque mantenuto una certa fama a livello underground e, soprattutto, non hanno mai perso il rispetto dei fan più sinceri. Risultato ancora più importante se si pensa che Phil Rind e soci non sono mai stati una tipica thrash band di maniera, ed anzi, in carriera hanno comunque sempre cercato di apportare cambiamenti e ammodernamenti ad uno stile che era partito come thrash-crossover quasi puro e che ha saputo ampliarsi attraverso l’uso si di parti melodiche (e qui la bella timbrica di Rind aiuta), ma anche di passaggi groovy e sonorità lievemente più moderne (stiamo sempre parlando di anni novanta). Personalmente non trovo nessuna delle uscite della band scadente e poterli ritrovare ben 23 anni dopo all’appuntamento con un nuovo album in studio è solo grande piacere.

Difficile in questi casi aspettarsi chissà quale grande novità; un congelamento di tale durata implica quasi immancabilmente che il rientro debba essere un tributo al proprio passato, un regalo ai fan che tanto hanno aspettato per ascoltare qualcosa di nuovo. In questo senso “Awakening” è un disco che è possibile definire come sufficientemente centrato. Si comincia con una title track che null’altro è se non un pezzo thrash tipicamente anni ottanta (da fine decennio però). Riff compatto, ritmica incalzante e una linea vocale che varia quel poco necessario per regalare una punta di armonia, senza mai stemperare l’impatto generale.

Rimarrà forse deluso chi si aspettava un sound più pompato ed esplosivo, la scelta è stata invece quella di produrre l’album mantenendo continuità con quello che si era fatto all’epoca. Ecco quindi che la compressione c’è, ma non è spinta all’estremo… il risultato è di rimanere, volontariamente, in quel limbo tra old school e suoni moderni che non tutti amano. Si tratta però di un’impressione iniziale, perché infine sono le buone canzoni a fare la differenza e su questo album di pezzi validi ne troviamo un certo numero.

Divide And Conquer” attacca con un tipico riff speed metal, in perfetto stile primissimi Metallica, per indovinare però un bel ritornello e una variazione centrale con un buona parte solista. Siamo sicuramente piantati nella tradizione, ma trovare oggi band che suonino questo stile con la personalità dei Sacred Reich non è comunque facile. Ben venga allora. Un pizzico più tranquilla e melodica è invece “Salvation”, con sempre la voce di Phil Rind a far da narratore di qualità. Pur sostenuto da una frenesia tipicamente thrash il brano mantiene intatta una sua radice in qualche modo rock oriented, che rimanda ad alcune canzoni proposte nei lavori degli anni novanta.

Si torna invece al classico riffing thrash con un brano come “Manifest Reality”, che potrebbe essere descritta come un ibrido Anthrax/Metallica. Da qui in poi l’album cambia però un poco direzione, cercando di inserire quel groove che in passato a prodotto buonissimi risultati. “Killing Machine” si appoggia ancora su un riffing vetero-thrash, ma usa bene le altre variabili, finendo per azzeccare la miscela, “Death Valley” stacca invece molto, proponendo un mood quasi da alternative metal, obbligando a qualche ascolto in più per essere apprezzata. Male invece sia “Something To Believe”, che rimane con il colpo in canna, senza mai decollare, che “Revolution”, canzone di due minuti che è puro standard thrashcore. Con una struttura tanto semplificata diventa difficile metterci qualcosa di personale e canzoni così sarebbe possibile scriverne una al giorno.

A conti fatti l’aspetto più negativo dell’operazione è la durata complessiva dell’album, che supera di poco la mezz’ora… vero che è meglio meno musica e di maggior qualità che sbrodolate di 70 minuti, ma un paio di canzoni in più sarebbero il minimo sindacale per rientrare nello standard che definisce un full length. Comunque un discreto rientro che speriamo faccia da preludio ad un tour di successo. I Sacred Reich sono qui per rimanere, buon per tutti se ci riusciranno.

Etichetta: Metal Blade

Anno: 2019

Tracklist: 01. Awakening 02. Divide & Conquer 03. Salvation 04. Manifest Reality 05. Killing Machine 06. Death Valley 07. Revolution 08. Something to Believe

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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