Rush – Recensione: R40 Live

A chi non è propriamente un fan un’ennesima uscita dal vivo targata Rush potrebbe sembrare un’aggiunta di poco conto, ma per il, relativamente, ristretto club degli amanti di un certo modo di far musica non è sarà mai così. Vi basterà una piccola ricerca su internet per scoprire come il culto della band di Peart/Lee/Lifeson sia tale da averla fatta diventare una delle più bootlegate del pianeta, con siti dedicati a questo particolare gesto d’amore dei fan e una quantità di pubblicazioni di buonissima qualità che girano nel circuito da anni. Logico quindi che anche il mercato punti a ricavarne la giusta fetta di guadagno.

A maggior ragione per il fatto che in questi giorni è apparso chiaro a tutti come le difficoltà fisiche di Neil Peart e, in parte, di Alex Lifeson stiano minando un’attività live che da sempre è particolarmente intensa. Se qualcuno di voi ha infatti avuto modo di ascoltare alcune delle date del tour attraverso i citati canali di fan-recording, saprà che la band ha mostrato in alcune date un qualche cedimento, del tutto inconsueto per un gruppo che fa della perfezione un marchio di fabbrica da sempre, ma evidentemente i tanti problemi non possono non emergere quando si suonano concerti da tre ore.

Fortunatamente questo show, registrato a Toronto, è tra quelli davvero buoni, anche se, al solito, non ci è dato sapere se qualcosa sia stato ritoccato in post-produzione, ma il sound gode di un’ottima riuscita e restituisce perfettamente la vibrazione live.

Come ormai accade da qualche anno a far più fatica è Geddy Lee alla voce, ormai in difficoltà con alcune note molto alte, ma soprattutto apparentemente sempre al limite dello sforzo nell’eseguire le non sempre agevoli linee melodiche delle canzoni. Non di meno lo spettacolo è favoloso, con anche un lato scenico non trascurabile, che tra set, effetti luce, siparietti semi-comici e l’utilizzo di grande schermo alle spalle del trio, crea un suo piccolo show, come sempre magistralmente ripreso da una regia che sfrutta alla perfezione le telecamere, ma non diventa nervosa e troppo spezzettata (cosa che si riscontrava spesso nelle riprese dei concerti fino a qualche tempo fa).

Di buono i Rush hanno l’abitudine di non riproporre ad ogni tour la stessa scaletta cambiata di due canzoni (chi ha detto Motorhead?), ed ecco quindi che, come sempre, ci troviamo ad ascoltare brani inusuali come “Lakeside Park”, eseguita l’ultima volta nel 1978, “Anthem”, assente dal 1980, la splendida “Jacob’s Ladder” (presente solo nella turné del 1980) o “Losing it”, mai suonata prima in un concerto.

Verrebbe da ribadire che, nonostante la grandissima qualità del prodotto, si tratta di integrazione non fondamentale alla discografia della band, ma la realtà è che con un gruppo del valore intrinseco dei Rush ogni cosa diventa preziosa e indispensabile per chi li ama. Senza alcun dubbio consigliato.

rush - R40 live

Voto recensore
8
Etichetta: Universal Music

Anno: 2015

Tracklist: DVD/Blu-ray Set One 01. The World is .. The World is … 02. The Anarchist 03. Headlong Flight 04. Far Cry 05. The Main Monkey Business 06. How It Is 7. Animate 008. Roll the Bones 09. Between the Wheels 10. Losing It (with Ben Mink) 11. Subdivisions Set Two 01. No Country for Old Hens 02. Tom Sawyer 03. YYZ 04. The Spirit of Radio 05. Natural Science 06. Jacob’s Ladder 07. Hemispheres: Prelude 08. Cygnus X-1/The Story So Far (drum solo) 09. Closer to the Heart 10. Xanadu 11. 2112 Encore 01. Mel’s Rockpile (with Eugene Levy) 02. Lakeside Park/Anthem 03. What You’re Doing/Working Man 04. Exit Stage Left Bonus 01. One Little Victory 02. Distant Early Warning 03. Red Barchetta
Sito Web: http://www.rush.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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