Brides Of Destruction – Recensione: Runaway Brides

Di solito, quando dei musicisti che hanno fatto il loro tempo si guardano intorno per cercare di capire come le cose sono cambiate dall’epoca (perchè di epoca si tratta nel caso di icone come Tracii Guns) erano in testa alle classifiche, due cose possono accadere: la prima è quella di continuare a testa alta per la propria strada, l’altra quella di fornire quella che diplomaticamente si definisce una proposta "al passo coi tempi". Per non parlare di trovata commerciale. Strano aprire in una maniera del genere l’analisi del secondo album dei Brides Of Destruction, perchè se è vero che Guns e soci pescano da band moderne tutto sommato minori, che vanno dal punk’n’roll all’indie rock passando per lo street, non sembrano d’altra parte farlo per poter raggiungere grandi cifre di vendite, proprio perchè il pubblico che potrebbe apprezzare un album come ‘Runaway Brides’ è obiettivamente ristretto. La scelta dei Brides Of Destruction si rivela un harakiri, dato che nemmeno da un punto di vista qualitativo la band riesce ad avvicinarsi a livelli quanto meno standard per il settore.

La mancanza d’ispirazione e una produzione che vorrebbe restituire un suono sporco ma finisce per risultare semplicemente debole e inadeguata contribuiscono a rendere l’album semplicemente inutile in sé, addirittura dannoso se lo si inserisce in discografie come quella di Tracii Guns. Anche la prova di London LeGrand è altalenante, con la sua voce che emerge solo nei frammenti che le danno il tempo adeguato per colorarsi.

Fra le cose migliori, buona la street ballad ‘Never Say Never’, soprattutto nel chorus, mentre ‘Porcelain Queen’ è probabilmente il pezzo migliore dell’album, l’unico che fonde rabbia e melodia in maniera convincente. Discreta anche ‘Tunnel Of Love’ (con l’unico assolo degno di nota dell’intero album), mentre chiude l’album l’inaspettatamente rocciosa ‘Dimes In Heaven’, ma questo è quanto. Purtroppo, per ognuno di questi episodi ce ne sono altri due parecchio sotto una media accettabile.

Nikki Sixx non è più della partita, possibile che sia stata solo la sua defezione a causare un effetto così devastante? Forse sì, se si pensa che anche il grande Ginger era stato chiamato a far parte della band e poi aveva lasciato (o era stato allontanato, a seconda della versione). Quel che resta è un album decisamente non riuscito e la sensazione di grande occasione buttata al vento, dato l’indiscutibile valore dei musicisti coinvolti.

Voto recensore
5
Etichetta: Mascot/Edel

Anno: 2005

Tracklist:

01. Aunt

02. Lord Of The Mind

03. Dead Man's Ruin

04. Criminal

05. This Time Around

06. White Trash

07. Brothers

08. Never Say Never

09. Blown Away

10. Porcelain Queen

11. White Horse

12. Tunnel Of Love

13. Dimes In Heaven


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‘Runaway Brides’

‘Runaway Brides’ è il titolo del nuovo album dei Brides Of Destruction in uscita il 13 settembre per Mascot Rec. Non è più della partita Nikki Sixx in seguito alla nota reunion dei Motley Crue: il suo sostituto è Scott Sorry degli Amen.

Track list:

01. Aunt Biente

02. Lords Of The Mind

03. Deadman’s Ruin

04. Criminal

05. This Time Around

06. White Trash

07. Brothers

08. Never Say Never

09. Blown Away

10. Porcelain Queen

11. White Horse

12. Tunnel Of Love

13. Dimes In Heaven

Fonte: MelodicRock

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