Dollhouse – Recensione: Royal Rendez-vous

Continua il revival svedese degli anni ’70. Sarà che ai tempi il rock passava da altre coordinate, sarà che la buona musica è sempre apprezzata, sarà che pare che in Svezia tutti suonino uno strumento e quindi viene prodotta musica di qualunque genere, comunque i gruppi che guardano al passato in maniera decisa e unilaterale sono davvero parecchi.

Questi Dollhouse si ispirano appunto ai seventies, con strizzate d’occhio anche agli anni ’60. L’inizio con ‘The Rock & Soul Fever’ fa molto Uriah Heep, mentre ‘Living Tomorrow’, forse il pezzo migliore del disco, ci delizia con un ottimo tiro e un pianoforte infuocato.

I suoni e l’attitudine in generale fanno pensare a un branco di rocchettari capelloni che nel 1975 sono saliti su una macchina del tempo e si sono trovai a jammare sul palco di Monterey… vedi appunto la Hendrixiana ‘With My Heart & Soul’. A tratti si possono sentire echeggiare anche gli Atomic Rooster e i 13th Floor Elevator, come pure i Grateful Dead meno lisergici, il tutto però in chiave piuttosto melodica e accessibile.

Questi omaggi così viscerali sono difficili da giudicare, nel senso che sicuramente non c’è molto di creativo, e quindi il confine tra un disco che funziona e uno che invece annoia spesso è molto sottile, magari dettato dall’umore e da mille altre circostanze.

In ogno caso questo Royal Rendez-vous, prodotto da Nicke ‘Hellacopter’ Andersson, funziona, e funziona molto bene. I pezzi più lisergici e rallentati si alternano a rock più aggressivo in maniera sapiente: l’omaggio e l’immedesimazione sono totali ma anche assolutamente credibili. Insomma un disco per tutti gli amanti e gli appassionati di anni ’70, e in generale per chiunque apprezzi del rock ben suonato e vissuto con passione.

Voto recensore
7
Etichetta: Bad Reputation/Frontiers

Anno: 2006

Tracklist: 01.The Rock & Soul Fever
02.Lets Get It On
03.Living Tomorrow
04.With My Heart & Soul
05.Do You Know What I Mean
06.Dead Man’s Hand
07.The Worried Blues
08.Hard To Change
09.I Just Don’t Care

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