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Roger Waters – Recensione: Is This The Life We Really Want?

Disco cupo, oscuro come il destino di un pianeta che sta gettando raziocinio e speranza alle ortiche. Un disco fortemente politico, dove le invettive di un Roger Waters invecchiato  e – probabilmente ancora di più – incattivito sono esplicite e taglienti. Ma è un disco anche dove c’è una speranza, forse minima, un disco che prova ad “andare oltre” e che cerca di parlare d’amore. Sì, amore per la libertà e speranza. Eccola quindi, come un “qualcosa” per rimettere in gioco la propria esistenza. Ma con quale risultato?

Se “The Final Cut” spazzava via la razza umana attraverso un olocausto nucleare e “Amused to death” raccontava l’autodistruzione dell’uomo e del pianeta ecco che per Waters arriva una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti della speranza e della libertà. Certo, sempre con il suo stile.

Un amore disperato, che arriva solo alla fine e che apparentemente rigenera, che va a braccetto con un mondo che ha finito di sperare un “futuro” migliore e che combatte guerre ogni dannato giorno. Un album di nuovo materiale che arriva dopo 25 anni dall’ultimo di inediti “Amused To Death”. Una distanza che però sembra quasi inesistente vista la carica emotiva. Cambiano i “set”, se prima c’era la guerra del golfo a muovere l’anima dell’uomo di Great Bookham oggi c’è Donald J. Trump a scatenare il pennino di un artista che non ha smesso di guardare in faccia il mondo e le sue storture.

Parte con il buio e la paura nel cuore l’ex Pink Floyd. Una canzone come “Déjà Vu”, che segue la spaventosa intro “When We Were Young”, sembra “solo” una leggera ballata acustica. Niente di più sbagliato. La prima canzone vera e propria in 25 anni di Roger Waters è invece un coltello che si conficca nell’anima, versi di dolore e disperazione per miliari di uomini. Cresce la tensione con l’incalzante “Picture That”, che ricorda il periodo “Animals”, ed evidente diventa la rabbia nei confronti delle ingiustize che ogni giorno gli essere umani sono costretti a “contare”.

C’è anche la critica aspra e brutale nei confronti del 45° presidente degli Stati Uniti, che striscia nei testi delle canzoni ed esplode con l’immagine “censurata”  priva di occhi e bocca. Perché non c’è solo il celebre “Trump Is A Pig” proiettato in faccia a decine di migliaia di spettatori durante i suoi live, ma quello appare evidente è il fortissimo senso di cupa oscurità che Waters percepisce in un mondo fatto di isolazionismi (Un vero e proprio “Wall” mondiale?). Una sensazione che nelle parole e nei suoni dell’ex Pink Floyd entra nella testa dell’ascoltatore, dove tutti i dittatori sono uguali e dove anche un “nincompoop” (“non compos mentis”, “senza pieno controllo di sé stesso” nda.) può diventare presidente.

E infatti la scarna title-track parte con la sua voce, fa da miccia ad un crescendo intenso che cerca di spiegare che la “paura è la miccia che fa muovere l’uomo moderno” (qui descritto come mulino). Un interruttore che fa scattare paure folli ed insensate. C’è poi una canzone come “The Most Beautiful Girl In The World” quasi spiazza, regala un lampo di luce, dove la musica illumina l’ambiente e quella donna la cui “vita è stata spenta, come un bulldozer che schiaccia una perla” si dimostra per quello è che realmente è “liberta e speranza”. C’è una speranza oltre il buio, oltre le barricate. Oltre tutti i nostri “muri”.

E poi il finale, dove Waters inizia ad intaccare le certezze di isolamento con “Wait For Her” (canzone ispirata dalle liriche del poeta palestinese Mahmoud Derwish), e lancia un messaggio quasi di speranza. “See the moon soaked in milk, Hear the rustle of her silk. Wait for her”. Un desiderio di normalità, come se le lancette della vita siano tornate indietro per raccontare quello che davvero conta.

Chiude tutto “Part Of Me Died”, dove l’amore e la voglia di tornare tra le “sue braccia” è più forte del rimorso e del rimpianto. Dove l’amore è più forte della disperazione, dell’indifferenza e del male che quotidianamente viviamo anche sulla nostra pelle.

“Is This The Life We Really Want?” Non sarà il disco più bello del Roger Waters post Pink Floyd, ma è il disco adatto ad un periodo storico dove paura e dubbi danzano a braccetto con i miliardi di essere umani che abitano la terra. E’ un viaggio che immagina “speranza”.

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Voto recensore
7,5
Etichetta: Columbia Records

Anno: 2017

Tracklist: When We Were Young Déjà Vu The Last Refugee Picture That Broken Bones Is This The Life We Really Want? Bird In A Gale The Most Beautiful Girl Smell The Roses Wait For Her Oceans Apart Part of Me Died

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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