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Rick Springfield – Recensione: The Snake King

Dopo una lunga e sottostimata carriera, “vittima” (si fa per dire) del successo dei suoi pezzi più pop o della sua immagine da attore di discreta fama, Rick Springfield decide per quello che è il suo ventesimo album in studio di dare una sterzata, e con essa ulteriore riprova della sua grande ecletticità e della capacità di scrivere, interpretare, suonare e convincere un disco blues (almeno per buona parte) di assoluto valore. In realtà il cantautore australiano ha dato prova, anche e soprattutto nel corso degli ultimi lavori, di una maturità e di una capacità compositiva da artista di livello, tuttavia quella intrapresa con “The Snake King” era una strada che ancora mancava.

La naturalezza con cui Springfield interpreta la tranquilla “In The Land Of The Blind” è quella di chi, dall’alto di un’esperienza ormai addirittura cinquantennale (il suo primo impegno fu con gli australiani Zoot nel 1968), è in grado di svoltare con sicurezza in territori musicali diversi da quelli calcati di solito: ad onor del vero non attinge solo alla tradizione blues, ma fa tesoro della grande tradizione cantautoriale americana, Springsteen su tutti. Puro appassionato e sudato blues è, invece, “Judas Tree”, che è anche uno dei pezzi più convincenti del lotto, in cui oltre alla performance vocale è da segnalare anche l’ottimo lavoro alla chitarra. Tra gli highlight dell’album c’è pure la splendida “Blues For The Disillusioned”, rilassata e malinconica, giocata tutta su voce e chitarra acustica in uno schema che finisce per solare ed amplificare le emozioni. La title track, anch’essa con anima e corpo decisamente blues, è scritta ed interpretata in maniera diretta così come le sciolte “God Don’t Care” e “The Voodoo House”. Ma, dicevamo, “The Snake King” non è solo un album blues: lo dimostra la contaminazione con il rock’n’roll di “The Devil That You Know” – supportata dai fiati e dal pianoforte che le conferiscono un’aura di grandeur – ma un discorso simile vale pure per le scanzonate “Little Demon” e, più avanti, il twist di “Santa Is An Anagram”, fatte apposta per divertire. “Jesus Was An Atheist” rivela, poi, il lato ironico che chi ha visto dal vivo Springfield può testimoniare essere una componente decisamente importante nella sua figura di entertainer, e che spesso è difficile da cogliere nel lavoro in studio. In generale, si arriva alla fine dell’album senza nemmeno accorgersene, cosa che puntualmente accade con chi è in grado di far apparire semplice e naturale ogni cosa, dono principale di un musicista come Springfield che è magari considerato superficiale da chi ne conosce soltanto le hit e che proprio con questo “The Snake King” sembra voler riaffermare – con successo – la propria statura di musicista a tutto tondo. In questo senso pure la più lieve (musicalmente parlando) “Suicide Manifesto” con il suo gusto pop non tradisce le attese, e funziona alla perfezione la chiusura del cerchio affidata a “Orpheus In The Underworld”: il cantante diventa interprete e narratore, recuperando quel sound tipicamente americano che contraddistingueva anche l’opener. Un modo adeguato di suggellare degnamente un album che è capace di sorprendere, anche qui, non solo con il superficiale comune denominatore del blues, ma soprattutto con la rivelazione di quel lato più riflessivo ed intimista che era quello meno noto dello Springfield musicista.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. In The Land Of The Blind 02. The Devil That You Know 03. Little Demon 04. Judas Tree 05. Jesus Was An Atheist 06. The Snake King 07. God Don’t Care 08. The Voodoo House 09. Suicide Manifesto 10. Blues For The Disillusioned 11. Santa Is An Anagram 12. Orpheus In The Underworld
Sito Web: http://rickspringfield.com/#

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