Pain Of Salvation – Recensione: Remedy Lane

Di concept in concept, la storia musicale dei Pain Of Salvation si arricchisce di un nuovo capitolo. Forma libera, emozione. Questa sembra essere la ricetta collaudata del gruppo che si pone ancora una volta al di sopra delle parti. Progressione, non metallo. O, meglio, alcuni suoni di metallo tinti di vernice romantica, dopo tre capitoli inizia la seconda parte. Quando tutto sembrava essere messo a fuoco, ecco che il precedente ‘The Perfect Element part 1’ diventa interlocutorio, se visto alla luce di ‘Remedy Lane’. Trame fitte, come sempre, ma sono i colori a cambiare, così come fuggono gli attimi, fermati da un’istantanea mossa: indecifrabili. Via le esegesi, lasciamo che il flusso prosegua, non ci sediamo al banco di un fast food ma alla luce di un camino, il pasto è pantagruelico. Daniel Gildenlow, incarnazione del gruppo, ne ha combinata un’altra, a voler ribadire il concetto di osservatore sulla vita e sulla morte. Inserendo dissonanze, aperture acustiche, modulando le linee vocali fra l’aggressione e la carezza, spezzando ritmi e strutture sino a presentare piatti da portata composti da assaggi di mondo che costituiscono il puzzle del mondo stesso ormai andato a pezzi. Poco sole, tutto tranne il cerchio, nelle geometrie di ‘Remedy Lane’, il rettilineo artistico è traiettoria per altri. Il disco si presenta come un unico flusso di immagini e suoni, come al solito mette in evidenza la parte cupa dello stile Pain Of Salvation, un incedere strappato in lembi sottili da scariche elettriche con il primo punto di svolta in concomitanza di ‘Fandango’, primo incrocio con altri mondi, coniugazione azzardata e sottile fra estremi, forse il modo migliore per essere progressivi, tendenzialmente preposti con lo sguardo al passato e i denti in un incerto futuro. In una sola canzone il caleidoscopio della band risulta essere definitivamente a fuoco, spostando le lenti dal metallo più “cross” che li aveva contraddistinti e portandoli oltre, in una dimensione personale e certa, quella dell’idea progressiva, che si evolve, che stempera temi, note e accordi e diviene manifesto al quale rivolgersi per un futuro punto di partenza, sanguinante come l’appiglio di ‘Trace Of Blood’ in cui confluiscono gli umori del passato dei Pain Of Salvation e si pongono le basi per il futuro che passa da ‘This Heart Of Mine’ ed ‘Undertow’ tingendosi di acustico. Un futuro che diventa una carezza cinica alla quale non eravamo abituati e che lascia straniti prima delle dissonanze del rientro alla base svolto dalla chitarra di ‘Rope’s End’, una canzone prepotente, dura e irresistibile. Medievale, poi, ‘Chain Sling’, in preda ad un’epilessia di sentimenti, come se da un buco nel passato fosse tornato fra di noi un bardo tecnologico, munito di computer portatile, ma assolutamente incapace di governarlo. Apertura del file, ecco che ‘Dryad Of The Woods’ sono i suoi ricordi, messi in presentazione da salvaschermo, per elettroniche malate e per il gioioso collasso dei rapporti interpersonali. Crash del sistema, embolia o presa di coscienza, ecco la canzone che dà il titolo al disco, riavvio della macchina, ‘Waking Every God’ prima della soffice ‘Second Love’ foriera di disillusioni e primo finale ufficiale del disco, come se fosse il congedo definitivo e senza appello da tutto e da tutti, biglietto di sola andata verso la solitudine. Ci sono, però, altri dieci minuti, quelli di ‘Beyond The Pale’, dove le fratture nei rapporti umani sembrano diventare ineluttabili, dove non sembra esserci via d’uscita per ricuciture o spiragli per il perdono. Uno dei dischi più belli degli ultimi cinque anni, senza alcuna ombra di dubbio da affiancare a ‘A Pleasant Shade Of Grey’ dei Fates Warning per importanza artistica – sicuramente un’altra lezione di stile – che inevitabilmente crescerà con il tempo, con quella stoffa della quale sono rivestite le opere fondamentali. Curiosa, infine, la produzione, che cela agli amplificatori tutto quello che l’intimità di una cuffia riesce a portare in evidenza, rivelando un disco ancora più “spesso” di quanto ci restituisca un impianto stereo. Il resto sono inutili pretestuosi rumori di fondo degni dei cortili affollati di zitelle che, con troppo tempo da perdere, tenteranno di classificare, di confrontare, di tracciare linee di confini a terreni che nascono e rimangono liberi, sfuggenti e brulli. Inutile, come tentare di spiegare la teoria della relatività ad un neonato. Come diceva un nostro amico metallaro: “compratelo, bastardi”.

..to be honest i don’t know what i’m looking for

Etichetta: Inside Out / Audioglobe

Anno: 2002

Tracklist:

01. Of Two Beginnings

02. Ending Theme

03. Fandango

04. A Trace Of Blood

05. This Heart Of Mine (I Pledge)

06. Undertow

07. Rope Ends

08. Chain Sling

09. Dryad Of The Woods

10. Remedy Lane

11. Waking Every God

12. Second Love

13. Beyond The Pale


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