Refuge – Recensione: Solitary Men

Si scrive Refuge, ma siamo tutti ben consci che si debba leggere Rage. Anzi, ad essere precisi sono più Rage, per quanto alla vecchia maniera, quelli schierati per questo nuovo “Solitary Men” che gli attuali depositari del nome. La coppia Manni Schmidt/Chris Efthiamidis ha infatti contribuito in modo decisivo al periodo di lancio della formazione tedesca, che negli anni tra il 1988 e il 1993 ha sfornato cinque solidissimi dischi di metal tedesco ancora oggi molto amati dai fan del genere.

Proprio da quelle coordinate si parte con questo nuovo album, anche se i tanti anni non sono passati invano e i Refuge di oggi hanno ovviamente anche qualche elemento più vicino ai più melodici Rage successivi, escluse ovviamente tutte le tentazioni sinfoniche o le tinte dark. Heavy metal senza troppi fronzoli e ghirigori è tutto quello che brani come “Summer’s Winter”, “The Man In The Ivory Tower” o “From The Ashes” hanno da offrire… il tutto ben caratterizzato sia dalla voce di Peavy che dalla inconfondibile chitarra di Manni Schmidt.

Un certo senso di deja-vu emerge, non foss’altro per certi refrain che fin dal primo ascolto hanno qualcosa di decisamente familiare, ma complessivamente siamo di fronte a canzoni scorrevoli e senza troppe pretese, che ai fan dei vecchi album e a tutti coloro che amano un certo modo retro di intendere il metal potranno solo far piacere. Rimane in parte il dubbio sull’opportunità di tenere in piedi due progetti che in fondo si somigliano molto, tolte le scontate differenze dovute alla presenza di un gusto diverso nelle parti di chitarre. Se infatti la cosa è sicuramente produttiva in sede live, permettendo scaletta alternative, si rischia un po’ di confusione se anche i Refuge dovessero cominciare a produrre album con regolarità.

Restando però sul lavoro in questione, non c’è moltissimo da dire sulle canzoni qui raccolte, almeno non qualcosa che non sia già ben noto a chi segue la band; i Rage/Refuge suonano esattamente come ci si aspettava ancora prima di spingere il tasto play. Canzoni riuscite e divertenti come “Living On The Edge” o “Mind Over Matter” si alternano ad altre meno azzeccate come le esageratamente scontate (limite chiaro di un po’ tutte le song comunque) “We Owe A Life To Death” e “Hell Freeze Over”, o la proprio bruttina “Waterfalls”. Sapevamo però che questo sarebbe stato il dazio da pagare nel momento in cui si fosse deciso di riportare in studio il progetto in questione. Se infatti fare paragoni con quanto fatto all’epoca potrebbe sembrare inopportuno è anche assolutamente inevitabile… e per gran parte del materiale incluso non si tratta di un raffronto vincente.

Nel complesso mancano un poco di rabbia giovanile e un pizzico di azzardo in più sulla scelta delle melodie e ci si ritrova spiazzati anche da un suono fin troppo pulitino ed educato. In parte tutto ciò viene controbilanciato dal tocco personale e piacevolmente rock-oriented di certe parti di chitarra suonate da Schmidt e da qualche bel ritornellone come si deve che vi si stamperà in testa anche controvoglia. Se vi piacciono i Rage più diretti e melodici potete andare sul sicuro, “Solitary Men” è un album senza dubbio godibile, ma, ecco, non aspettatevi un nuovo “Trapped” o “The Missing Link”.

 

Voto recensore
7
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Summer's Winter 02. The Man In The Ivory Tower 03. Bleeding From Inside 04. From The Ashes 05. Living On The Edge Of Time 06. We Owe A Life To Death 07. Mind Over Matter 08. Let Me Go 09. Hell Freeze Over 10. Waterfalls 11. Another Kind Of Madness (Bonus Track)

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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