Solefald – Recensione: World Metal. Kosmopolis Sud

All’inizio doveva essere una sola “Kosmopolis”, poi, forse anche loro interdetti dall’immensità di un’opera simile e dalle stesse doti musicali ulteriormente affinate dei Solefald, Cornelius e Lazare dividono il progetto in due capitoli. Il primo è stato l’Ep “Norrønasongen. Kosmopolis Nord” (la recensione), magnifico flirt tra suggestioni vichinghe, folclore ed elettronica ed ora ecco il seguito ufficiale, nuova prova della vitalità del dinamico duo a quasi cinque anni di distanza dal lodato “Norrøn Livskunst” (la recensione).

“World Metal. Kosmopolis Sud” (i dettagli) porta il two piece a un ulteriore sviluppo della componente sperimentale che in otto studio album ha interessato il percorso stilistico di una band generata dal panorama black metal dei ’90 ma che insieme ad altri eletti, capì come da quella fanghiglia nera e orrorifica, poteva nascere qualcosa di straordinario. E non solo ci hanno provato, ci sono riusciti. Le due parti di “An Icelandic Odyssey”, restano forse il momento più alto della discografia del two-piece di Oslo, ma “Kosmopolis Sud” non ha molto da invidiare a nessuno dei suoi predecessori. Non è semplice condensare in una sola etichetta uno sforzo musicale di Cornelius e Lazare, che al solito mettono sullo stesso continuum musica folk, elettronica, metal (questa volta di black ce n’è proprio pochino, sappiatelo) in modo anarchico ma sorprendentemente ragionato e armonico.

Se volessimo usare un termine di paragone un po’ osato ma efficace, potremmo dire che “Kosmopolis Sud” trasforma i Solefald in una versione estremizzata dei Dead Can Dance. Con altrettanto genio. “World Music With Black Edges” si descrive da sè. Il duo gioca nel creare un ibrido sarcastico a base di musica etnica e tribale, tra flauto e percussioni, intriganti beats di musica techno e lievi retaggi black nelle chitarre e nelle vocals che raramente si concedono allo screaming. Brano liquido e senza confini, funge da ponte per la successiva “The Germanic Entity” che invece apre su scenari epic folk sempre interessati dai pastiche sonori visti sopra. Notiamo, in particolare in “Bububu Bad Beuys”, come la voce sia utilizzata in “Kosmopolis Sud” come un vero e proprio strumento, uno stile scat che accompagna i ritmi tribali, giocosi e ironici che animano il brano.

Un altro pezzo da novanta è “Le Soleil”, dove intervengono parti narrate in lingua francese, episodio mutevole dagli intenti cabaret misti a pastiche techno/pop e bordate metalliche. Tra suggestioni seventies e un quadrato metal moderno, “2011, Or A Knight Of The Fail” e “String The Bow Of Sorrow”, si configurano come i due brani più tipicamente Solefald del lotto, viste le continuità con le produzioni più recenti. Ma ecco che l’hard blues di “Oslo Melancholy” chiude il cerchio in modo inaspettato e testimonia come il gruppo, nelle sue necessità di sperimentazioni, non faccia mancare la consueta dose di ironia.

Se il Nord della “Kosmopolis” era per alcuni aspetti più severo e freddo, il Sud rappresenta l’altra faccia della medaglia per la sua natura calda, giocosa, imprevedibile. La nuova prova di una band difficile da imitare, che mostra una volta di più come la materia musicale possa essere plasmabile e priva di limiti.

Voto recensore
8
Etichetta: Indie Recordings

Anno: 2015

Tracklist:

01.  World Music With Black Edges
02.  The Germanic Entity
03.  Bububu Bad Beuys
04.  Future Universal Histories
05.  Le Soleil
06.  2011, Or A Knight Of The Fail
07.  String The Bow Of Sorrow
08.  Oslo Melancholy


Sito Web: https://www.facebook.com/Solefald

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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