Return – Recensione: V-Remastered

Formati all’inizio degli anni ottanta da Knut Erik Østgård (voce), Steinar Hagen (chitarra), Tore Larsen (basso) e Øyvind Håkonsen (batteria) ed ispirati da Thin Lizzy, Iron Maiden e Police, ai norvegesi Return bastò la pubblicazione di un solo album (To The Top) per attrarre l’attenzione della major CBS, per la quale avrebbero successivamente inciso Attitudes (1988), Straight Down The Line (1989) e Fourplay (1991). Con V, uscito per EMI Norway, i quattro si proposero di dare alle stampe un album che suonasse ancora più vario, americano ed internazionale: un proposito realizzato, ma che non fu sufficiente a resistere all’ondata grunge che – anche in Scandinavia – avrebbe di lì a pochi mesi reso la vita parecchio difficile a generi più scanzonati come l’AOR. Sono passati ormai trent’anni da quel quinto album del 1992, anno in cui la Danimarca battè la Germania 2-0 e vinse inaspettatamente il campionato Europeo di calcio (“A Danish fairy tale”, si leggeva nella pubblicità della birra Carlsberg), ed il fatto che nell’ambito del rock melodico non si sia da allora assistito a particolari scossoni stilistici rende remaster e riedizioni delle opzioni appetibili e facilmente praticabili da band ed etichette.

Nonostante l’opera di rimasterizzazione, che sembra aver agito prevalentemente sulla separazione dei suoni (lasciando un vuoto artificiale al centro), il passo tardo-ottantiano col quale si sviluppa l’album non può confondere circa le sue origini. Il ritmo cadenzato della batteria, le ritmiche prevalentemente accessorie (Ridin’ On A Rainbow), l’uso e abuso di chitarre acustiche (Goin’ Back) e la voce riverberata di Østgård tratteggiano un quadro piuttosto chiaro, quello di un disco pesantemente collocato nel suo tempo e per il quale, a distanza di tante primavere, non si può parlare di attualità. Di per se stessa essa non costituisce comunque un elemento di pregio: in fin dei conti un film rimane bello anche se in bianco e nero, un vinile affascinante anche se scricchiola, ed un ricordo sempre caro anche se condannato a sbiadirsi. Il conservante che ha permesso a V di giungere fino ai giorni nostri è la sconfinata e corale dolcezza che contraddistingue tutte le sue tracce, l’attitudine positiva che ruggisce sotto al suo cofano (Tonight) ed una rappresentazione paradigmatica dell’amore ai tempi del colera ai tempi dell’hard rock patinato, vaporoso e capellone di quegli anni (Lion’s Eye). L’assenza di clamorosi passi falsi all’interno dei cinquanta minuti di musica offerta dal quartetto norvegese testimonia la perfetta comprensione della formula del sogno americano più stereotipato, e l’abilità di riproporla in vesti sempre simili, ma non al punto da tradursi in noia. Se il disco dei Return presenta un peccato originale, al quale un’operazione meramente cosmetica come quella del remastering non può purtroppo ovviare, questo consiste nella competente trattazione di un genere senza che ad essa siano accompagnati un elemento intimo e personale, un’interpretazione originale, una mano a carte scoperte per capire quali fossero davvero le intenzioni future della band di Stange.

Se pensiamo che il 1992 fu l’anno – solo per citarne alcuni – di America’s Least Wanted (Ugly Kid Joe), Want Some? (Roxy Blue), Adrenalize (Def Leppard), Salutations From The Ghetto Nation (Warrior Soul), Wasted In America (Love/Hate) e Keep The Faith (Bon Jovi), album che potrebbero uscire oggi senza perdere un briciolo delle loro brillanti virtù, ecco che le distanze cominciano a farsi misurabili, ed il confronto con le dolcezze di Friends Will Be Friends e All Or Nothing a mio avviso impietoso, nonostante la relativa eterogeneità dei generi. V rimane l’album del talco sul rullante, dell’ammiccante movimento pelvico del bassista, del Sunset Boulevard visto nei video di MTV, degli amori di Guardia Del Corpo (Mick Jackson) e dei pruriti di Basic Instinct (Paul Verhoeven), degli inseguimenti di Arma Letale 3 (Richard Donner), dei mostri di Alien 3 (David Fincher) e del “virtuale” raccontato da Il Tagliaerbe (Brett Leonard): figlio del suo tempo, il disco possiede sicuramente la qualità necessaria a riportarci in quel passato, ma non la forza visionaria che occorre per riaccompagnarci in quel futuro che è diventato la nostra – assai meno scintillante – quotidianità.

 

Etichetta: AOR Heaven

Anno: 2020

Tracklist: 01. Life Must Go On 02. Take This Heart 03. Tonight 04. Goin’ Back 05. Friends Will Be Friends 06. Room In Your Life 07. Ridin’ On A Rainbow 08. Straight Across My Heart 09. Lion’s Eye 10. All Or Nothing

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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