Fallujah – Recensione: Undying Light

A quasi tre anni di distanza da “Dreamless” i Fallujah tornano a picchiare con “Undying Light”. Con il loro death tra pulsioni prog e scorie “tech”, gli americani americani graffiano il quarto disco della loro carriera.

Pochi fronzoli, molta sostanza: questo il mood di un disco che non si perde in troppe cerimonie e gioca subito forte, in bilico tra groove e tensione armonica. Bene, anzi benissimo, la doppietta “Glass House” e “Last Light”, che danno bene il polso dello stato creativo dei nostri. Intensità, complessità ma senza perdere un grammo di concretezza.

Questa è infatti la forza di questo disco: canzoni che scorrono avvolgendo chi ascolta, senza risultare pesanti nei passaggi più intricati e senza pesare nella “forma canzone” con inutili esibizioni di bravura. La tecnica c’è, ma è a totale servizio di una manciata di brani che hanno tutti una struttura ben riconoscibile. Pur non essendo innovativi o rivoluzionari nel senso stretto del termine, i nostri riescono a plasmare una materia (che in varie declinazioni, in certi casi si sta mostrando piuttosto avvitata su sé stessa) complicata, e non solo dal punto di vista “tecnico”.

Le soluzioni ed i cambi d’umore che caratterizzano tutto l’album non sono specchietti per le allodole, hanno una precisa funzionalità. Una canzone come “Ultraviolet”, che gioca molto sull’architettura basso-batteria, è carica di intensità fino all’esplosione melodica di un solo che non si sgancia dal canto disperato (di decisa impronta metalcore) del “nuovo” Antonio Palermo. Perla del disco la successiva “Dopamine”, che alza il piede dall’acceleratore ed avvolge chi ascolta tra melodia e disperazione. Davvero intensa.

Ascoltare “The Ocean Above” è invece come confrontarsi con due facce della stessa medaglia: calma e rabbia. Incardinata in una atmosfera “quasi djent” (almeno per la prima parte del brano), la canzone si sviluppa crescendo di intensità tra paesaggi melodici prima di scuotere ancora chi ascolta con una coda carica di groove. Seguono questa linea anche “Hollow” e “Sanctuary”, con quest’ultima però a dare più intensità anche grazie al “gioco” del cambio degli umori.

Il disco si avvia verso la fine, e “Eyes Like the Sun” e  “Distant And Cold” forse mostrano un poco di stanchezza, con strutture non del tutto convincenti e con l’atmosfera che non riesce a dare nerbo a due canzoni che sembrano quasi corpi estranei nell’economia del disco.

Positiva invece la conclusione con “Departure”, che riprende i temi principali del disco, anche se una sferzata nella struttura della canzone non sarebbe stata disprezzata vista l’estrema quadratura della canzone.

Una band in crescita, che sa come mirare al futuro.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2019

Tracklist: 1. Glass House 2. Last Light 3. Ultraviolet 4. Dopamine 5. The Ocean Above 6. Hollow 7. Sanctuary 8. Eyes Like the Sun 9. Distant and Cold 10. Departure
Sito Web: https://www.facebook.com/fallujahofficial/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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