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Sanctuary – Recensione: The Year the Sun Died

Cambia il nome sulla copertina, cambia qualche elemento in formazione, ma ciò non toglie che i rinati Sanctuary siano la logica conseguenza degli ultimi Nevermore, e solo in percentuale minore la continuazione della band che aveva in inciso il fondamentale “Into The Mirror Black”.

Pesa certamente il fatto che le chitarre siano forzatamente di pasta diversa, vista il ritorno in sella del vecchio chitarrista Lenny Rutledge e l’ingresso del valido Brad Hull (noto ai più attenti per la sua presenza in line-up con i power-thrasher Forced Entry), ma l’ossatura delle composizioni e la pasta melodica rimangono piuttosto vicine a dischi come “The Obsidian Conspiracy” (la recensione) e addirittura, e non è un caso, al disco solista di Warrel Dane (“Praises To The War Machine”- la recensione).

Superata quindi la curiosità di capire quale sarebbe stata la strada intrapresa dalla band, rimane da valutare la qualità delle canzoni. E qui va subito detto che a far la differenza saranno più le aspettative di chi ascolta che il lavoro svolto dai musicisti.

The Year That Sun Died” è infatti un album solido, dark e ben calibrato negli elementi, ma decisamente poco innovativo, il che è probabilmente il massimo che ci potesse attendere al momento. La qualità dei musicisti è infatti indiscutibile, così come la unicità artistica di un interprete come Mr. Dane, ma allo stesso tempo c’è da sgombrare il campo dalla possibilità che la proposta attuale possa raggiungere la grandezza e l’importanza storica, a dire il vero difficilmente avvicinabile da chiunque, delle migliori uscite targate Nevermore, o anche del citato secondo lavoro dei Sanctuary.

Tante song, a partire dall’iniziale “Arise And Purify” (il video) e dalla successiva “Let The Serpent Follow Me”, sono eccellenti, ma conservano comunque un alone di già sentito che, viste le premesse, era verosimilmente inevitabile. Oltre a queste due, molte delle song sono orientate a creare atmosfere cupe e struggenti, rilasciando poi la tensione accumulata nel momento del ritornello, o del bridge, e attraverso assoli taglienti liberatori. Uno schema che possiamo definire ormai ben collaudato e che trovava la sua quadratura già proprio tra il citato “Into The Mirror Black” e il primo lavoro targato Nevermore.

In altri momenti è l’oscurità a prendere il sopravvento e ci troviamo ad ascoltare una semi ballata come “I Am Low”, la drammatica “One Final Day (Sworn To Believe”) o la melodia onirica della title track. Molto meno presente è invece il lato più power e veloce, come probabilmente avrebbero preferito gli amanti dei vecchi Sanctuary di “Refuge Denied”. Di fatto ci si limita all’esplosione ritmica di “Frozen”, che però non evidenza per nulla il lato epico degli inizi e sembra così più un brano dei Nevermore, così come “Question Existance Fading”, groovy e doom, ma dalla melodia ben marcata.

A farsi apprezzare largamente è comunque tutto ciò che rientra sotto i punti definibili tecnici: ottima l’esecuzione, non solo per la precisione, ma anche per le idee evidenziate nelle rifiniture e negli arrangiamenti, ma anche perfetta la produzione, probabilmente ancora migliorata rispetto a quanto sentito nel corso degli anni con i Nevermore. Non dubitate quindi: pur senza far gridare al capolavoro, “The Year That Sun Died” resta un disco da acquistare ad occhi chiusi.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Century Media

Anno: 2014

Tracklist:

01. Arise and Purify (4:14)
02. Let The Serpent Follow Me (4:47)
03. Exitium (Anthem of the Living) (4:54)
04. Question Existence Fading (4:20)
05. I Am Low (5:15)
06. Frozen (5:46)
07. One Final Day (Sworn to Believe) (3:31)
08. The World is Wired (5:08)
09. The Dying Age (4:52)
10. Ad Vitam Aeternam (1:30)
11. The Year the Sun Died (5:33)
Bonustrack on Ltd. Edition Mediabook
12. Waiting for the Sun (The Doors cover) (3:48)


Sito Web: https://www.facebook.com/sanctuaryfans

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Giovanni Messere

    Grande ritorno dei Sanctuary, la voce di Dane è sempre da brividi.

    Reply

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