Queensryche – Recensione: The Verdict

Tornano i Queensrÿche a poco meno di quattro anni di distanza da “Condition Hüman” con il nuovissimo “The Verdict”. Disco interessante, e lasciate perdere gli improbabili paragoni con il glorioso passato.

Qui c’è buona musica creata da una band orgogliosa e che non vuole mollare la presa nonostante tutto. Capitolo positivo, che non lascia niente al caso e che ancora una volta punta tutto – e fortissimo – su Todd La Torre.

Una “scommessa” così forte da far accomodare il cantante dietro le pelli lasciate libere (sembrerebbe solo per un periodo transitorio, ma non ne abbiamo certezza) da Scott Rockenfeld. Il cambio di passo non è stato traumatico, Todd infatti si è dimostrato validissimo drummer, tanto da non far rimpiangere il batterista originario. Al terzo album con i musicisti di Seattle, La Torre si dimostra ancora una volta sicuro e deciso. Anche nel doppio ruolo per questa occasiona.

Il disco parte bene, martella deciso con “Blood Of The Levant” e colpisce ancora più forte con “Man The Machine”. Per quanto riguarda la prima, interessante lo sviluppo lirico portato dai nostri con una lente di ingrandimento sulla guerra in Siria. Tra opposte fazioni ed il maglio dell’Isis.

“Light-Years” è invece un mid tempo oppressivo e cupo che esplode in un chorus davvero efficace. Ottimo La Torre nel guidare sicuro le chitarre di “Whip” Wilton e Parker Lundgren. Tra le migliori dell’album. Potente e determinata “Propaganda Fashion”, che con un groove rotondo di batteria e basso sembra voler citare la “Promised Land” – era.

Molto positiva “Bent”, che nel suo incedere colpisce anche per il testo che unisce il dramma dei nativi americani schiacciati e depredati di terra e cultura e degli oleodotti che attraversano quel poco che resta della loro Nazione. Una canzona cupa, per certi versi disperata, e che come l’opener “Blood Of The Levant” cerca di seguire lo spirito politico che animava “Operation: Mindcrime”.

Bello il break centrale e la parte strumentale (soli di chitarra compresi), che prendono per mano l’ascoltatore avvolgendo la canzone con una profonda malinconia. Sicuramente la canzone più convincente del disco. Chiude la partita “Portrait”, dai suoni quasi spaziali, con il basso di Eddie Jackson e vibrare deciso in una canzone degli evidenti colori “Empire”.

Ma è tutto il disco a convincere, heavy metal con sprazzi prog (decisamente moderno) ed estrema attenzione nel rendere il tutto godibile ed intenso.

Gli anni passano, la classe non è possibile da accantonare nonostante i tanti mutamenti di una vita d’arte. Promossi.

Voto recensore
7
Etichetta: Century Media

Anno: 2019

Tracklist: Blood of the Levant Man the Machine Light-years Inside Out Propaganda Fashion Dark Reverie Bent Inner Unrest Launder the Conscience Portrait Lyrics
Sito Web: http://www.queensrycheofficial.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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