An Autumn For Crippled Children – Recensione: The Long Goodbye

Ben poche band come gli olandesi An Autumn For Crippled Children possono vantare un percorso evolutivo tanto rapido, che di fatto ha portato il misterioso collettivo (le identità dei musicisti coinvolti nel progetto non sono mai state rivelate) a comporre un platter differente da quello che lo ha preceduto, il tutto appunto in tempi brevi.

Cinque album in altrettanti anni non sono certo pochi e l’ensemble si è mosso dal depressive degli esordi ai lidi del black/shoegaze con “Try Not To Destroy Everything You Love” (la recensione) mostrando vitalità sorprendente, al di là delle tematiche cupe ed intimiste che coronano il panorama lirico e di ricerca. Il nuovo “The Long Goodbye” (speriamo che il titolo non sottenda a un finale, il loro talento ci mancherebbe), è descritto dalle note informative come un punto di incontro tra la crudezza del black metal primitivo e sonorità indie.

Una definizione che, in apparenza strana, risponde invece al vero, considerando come i nostri si siano accodati, pur mantenendo identità e personalità ben distinte, a quel sentiero del black metal evoluto tracciato da acts come Alcest, Hereitor, Fen, Amesoeurs, solo per citarne alcuni. Per fortuna gli orange non sono arrivati tardi, ma hanno saputo svilupparsi al meglio. “The Long Goodbye” è un ascolto malinconico, plumbeo e gratificante nelle intime melodie che segnano la struttura di ogni singolo pezzo. Per quanto il paragone possa essere azzardato, siamo di fronte a un ibrido tra i Darkthrone del periodo mediano e i Joy Division. E’ vero, stiamo parlando di due entità che non si potrebbero immaginare come più diverse, ma al tempo stesso con un grande punto in comune:  nemmeno un raggio di luce filtra tra le loro note.

E gli olandesi fanno lo stesso, dipingendo in “The Long Goodbye” delle sfumature di grigio pesanti e scure, anticipate peraltro da una copertina che non lascia dubbi in merito. Trionfano i mali interiori e l’introspezione, ma le melodie tessute si impongono con forza, in un continuo musicare un romanticismo raffinato.

La tiltetrack, posta ad iniziare il platter, evidenzia subito come il black metal primitivo, quasi rozzo verrebbe da dire, ma utilizzato con molta logica, sia indispensabile all’economia di un sound tanto malinconico. Le sfuriate della chitarra e una sezione ritmica secca e veloce si accompagnano a uno screaming raggelante, In questo scenario, inaspettatamente, entrano melodie pregne d’ennui, dettate dai synth e ancora dalla chitarra. Rigorose, intime, ma altrettanto eleganti e di presa. Il modus operandi non cambia in modo vistoso durante l’ascolto, ciò che invece è in costante mutazione è il mood di ogni singolo pezzo, talvolta crudo, come “A New Form Of Stillnes”, talaltra dolce e intimo (“She’s Drawing Mountains”, che propone anche contaminazioni sinfoniche).

A sottolineare quanto la band sia sempre in cerca dell’estetica perfetta, possiamo citare come ulteriori esempi le divagazioni progressive di “When Night Leaves Again” o la natura quasi esclusivamente shoegaze dell’eterea “Gleam”. Gli An Autumn For Crippled Children tornano con un platter sensuale e introspettivo, da godere in tutta la sua disperata bellezza.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Wicker Man Recordings

Anno: 2015

Tracklist:

01.  The Long Goodbye
02.  Converging Towards The Light
03.  A New Form Of Stillnes
04.  Only Skin
05.  When Night Leaves Again
06.  She's Drawning Mountains
07.  Endless Skies
08.  Gleam
09.  The Sleep Of Rust


Sito Web: https://www.facebook.com/pages/An-Autumn-For-Crippled-Children/108017119243983

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

4 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. cipmunk

    Non discuto la recensione..ma non ho mai capito perchè alcune band si ostinano a proporre registrazioni d’album di qualità così infima…..

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    • Andrea Sacchi

      Non poi così infima in fondo, ho sentito di peggio da parte di band ben più blasonate. I suoni ruvidi e fumosi possono essere interpretati come adatti a preservare quell’alone di drammaticità e disperazione che caratterizza il lavoro. Poi naturalmente, a ognuno il suo 😉 Ciao, grazie per il commento

      Reply (in reply to cipmunk)
    • Giovanni Pecenco

      Sì anche secondo me è una scelta stilistica data dalle sonorità. Da amante del black metal norvegese io preferisco che il suono rimanga un po’ grezzo rispetto ad uno troppo pulito.
      Si sa quando debba uscire questo “The Long Goodbye”?

      Reply (in reply to cipmunk)

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