Sabaton – Recensione: The Last Stand

Quando si ottiene il grande successo è sin troppo facile sedersi sugli allori. Ed anche i Sabaton sono caduti in questo peccato mortale, che nel tempo ha colpito tante band blasonate. Al nono album, infatti, il gruppo svedese capitanato da Joakim Broden, ricicla sé stesso ancora più che in passato, incappando nel primo vero passo falso della carriera. Intendiamoci, “The Last Stand“, non è un album scadente in senso assoluto del termine, ma è concepito con troppa sufficienza e privo di quello spessore qualitativo, che è lecito attendersi da una band, ormai divenuta un punto di riferimento per il power epic metal a livello planetario.

Di fatto, i Sabaton, non hanno avuto tregua dal tour di supporto del precedente “Heroes“, quindi il nuovo lavoro è stato presumibilmente composto on the road (il che non è necesariamente un male), o comunque in breve tempo e senza le dovute riflessioni del caso. Ed il songwriting ne risente. Terribilmente. “The Last Stand“, nei suoi 35 minuti di durata, propone una decina di canzone facili facili, poggiate su riff di chitarra doppiati da un suono di tastiera fin troppo monotematico, che sfociano in chorus immediati, ma nient’affatto potenti. In questo disco manca proprio la cattiveria dirompente delle hit del passato, la forza d’urto di “Primo Victoria”, la rabbia battagliera di “The Art Of War”, i fiumi di sangue che scorrono in una “Carolus Rex”.

E dire che l’opener “Sparta“, mi aveva fatto ben sperare, giocata su un mid tempo solenne e cori epici. Ma già dalla seguente “Last Dying Breath“, capiamo di trovarci di fronte ad un lavoro vincente solo nelle intenzioni, in cui le tastiere sono sicuramente il tallone d’Achille, spostando il mood dei brani verso una giocosità leggera, quasi che i Sabaton si divertissero a scimmiottare sé stessi. E non basta l’input di cornamuse di “Blood of Bannockburn“, che ci conduce verso le terre di Scozia in un brano di nemmeno tre minuti, che funziona, ma funge solo da assaggio. Infatti l’ascolto del cd prosegue con canzoni tutte simili tra loro e per nulla dirompenti, come un gruppo di bambini che giocano alla guerra con i soldatini: simulano esplosioni, scontri a fuoco, sventolano stendardi, ma alla fine si ritrovano insieme a fare merenda coi tegolini. Ecco, il rischio dei Sabaton è di varcare quella linea sottile tra il serio ed il faceto, che induca il pubblico a non prenderli più sul serio. In tutti questi anni, infatti, pur proponendo on stage show trascinanti ma anche divertenti, gli svedesi non avevano mai perso in pathos e rabbia agonistica, qualità che li ha resi unici e che possiede ad esempio la title track.

The Last Stand” è quindi un lavoro riuscito a metà, che i fans irriducibili incoroneranno come l’ennesimo capolavoro di una carriera pluristellata, ma che continua a non convincerci del tutto. Ma i Sabaton hanno ormai l’esperienza per ritrovare subito l’energia dei propri capolavori, che in alcune song di questo album sembra un po’ persa per strada, in favore di scelte più ruffiane, ma non del tutto condivisibili.

Sabaton The Last Stand 2016

Voto recensore
6
Etichetta: Nuclear Blast / Audioglobe

Anno: 2016

Tracklist: 01. Sparta (4:25) 02. Last Dying Breath (3:26) 03. Blood of Bannockburn (2:57) 04. Diary of an Unknown Soldier (0:51) 05. The Lost Battalion (3:39) 06. Rorke’s Drift (3:28) 07. The Last Stand (3:58) 08. Hill 3234 (3:31) 09. Shiroyama (3:36) 10. Winged Hussars (3:53) 11. The Last Battle (3:12)
Sito Web: www.sabaton.net

alessandro.battini

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E’ il sinfonico della compagnia. Dai Savatage ai Dimmu Borgir, passando per i Rhapsody, predilige tutto ciò che è arricchito da arrangiamenti sontuosi ed orchestrazioni boombastiche. Nato e cresciuto a pane e power degli anni ’90, si divide tra cronache calcistiche, come inviato del Corriere Dello Sport, qualità in azienda e la passione per la musica. Collezionista incallito di cd, dvd, fumetti, stivali, magliette dei concerti, exogini e cianfrusaglie di ogni tipo, trova anche il tempo per suonare in due band.

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