Manic Street Preachers – Recensione: The Holy Bible

Sono passati poco più di vent’anni dall’uscita di “Holy Bible“, venti esatti dalla successiva scomparsa di Richey Edwards: un evento, quest’ultimo, che getta una luce sinistra su quello che è l’album-capolavoro dei Manic Street Preachers, per la sua capacità di rappresentazione in musica del dolore e della sofferenza. “Holy Bible” è attraversato da una sensazione palpabile di malessere che lo distanzia nettamente, nella sua ruvidità, dai due lavori precedenti come pure da quelli più rifiniti degli anni a venire, dei quali pure anticipa alcuni elementi.

Dopo la veloce “Yes”, è proprio la rabbia quasi marziale di “Ifwhiteamericatoldthetruthforonedayit’sworldwouldfallapart” a meglio prefigurare in qualche maniera la successiva traiettoria musicale della band, in bilico tra melodia e amarezza, raggi di sole e malinconia. Ma è un attimo, perché l’album prende una piega decisamente unica nella sua cupezza con “Of Walking Abortion”, introdotta dall’estratto di una registrazione di Hubert Selby, Jr. (lo scrittore di “Requiem For A Dream”): “So che un giorno morirò, come tutti. E so che prima di morire penserò a due cose: per prima cosa rimpiangerò tutto quel che ho fatto nella vita, per seconda vorrò rifarlo.” Toni scuri, neri, che passano dallo scenario di generale sfiducia nel genere umano, riprese in un riffing demoniaco e battente, alla dimensione intima di un pezzo delicato come “She Is Suffering”. L’esplosione costruita e quasi quadrata di “Archives Of Pain” – che rappresenta in musica la spietata meticolosità dei serial killer – si trasforma in autentica furia nel classico “Revol”, che mette in primo piano la dimensione politica della band. Lo schema, da un punto di vista prettamente musicale, si ripete poi con l’accoppiata “4st 71lb” (il tema qui è l’anoressia, e l’esperienza è dello stesso Richey Edwards) – “Mausoleum” (ispirata alla visita ai campi di concentramento di Dachau e Belsen, come pure “The Intense Humming Of Evil”). Un altro dei pezzi più dinamici ed
accessibili è “Faster”, prima della delicata ed emozionante “This Is Yesterday”, che mette in musica con intensità quasi insostenibile il tema della nostalgia per il tempo perduto. “Die In The Summertime” coniuga rabbia e melodia, e si ricollega anch’essa emblematicamente alla situazione di Richey Edwards.

Ma è tutta la band a farsi interprete in maniera irripetibile di un disagio che rimbalza dalla dimensione personale ed intima, spesso autobiografica, a quella dei drammi e delle contraddizioni più universali. Attraverso il riffing obliquo, attraverso ritmiche a tratti ossessive, a tratti fluide, attraverso la splendida voce di James Dean Bradfield che sa trasformarsi in maniera credibile in uno strumento di rabbia e frustrazione.

Voto recensore
n.d.
Etichetta: Epic

Anno: 1994

Tracklist:

01. Yes
02. Ifwhiteamericatoldthetruthforonedayit’sworldwouldfallapart
03. Of Walking Abortion
04. She Is Suffering
05. Archives Of Pain
06. Revol
07. 4st 7lb
08. Mausoleum
09. Faster
10. This Is Yesterday
11. Die In The Summertime
12. The Intense Humming Of Evil
13. P.C.P.


Sito Web: http://www.manicstreetpreachers.com/

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. andpec

    Album fantastico di una band fantastica. Bello vedere che un sito dedicato all’Heavy-metal si occupa di questa grande rock band. Solo “Everything must go” del 1996 e “Journal for plague lovers” del 2009 si avvicineranno alla bellezza di questo capolavoro.

    Reply
    • Tommaso Dainese

      Grazie Andpec! Da sempre esploriamo non solo hard’n’heavy ma anche territori più rock o sperimentali… e siamo contenti che qualcuno apprezzi 🙂

      Reply (in reply to andpec)

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