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Overkill – Recensione: The Grinding Wheel

Buon nuove per tutti i fan degli Overkill. Se infatti qualcuno avesse solo pensato che i nostri potessero ormai mostrare qualche segno di senilità, con un disco come “Grinding Wheel” la band di Blitz e D.D. Verni spazza via ogni dubbio e pubblica un album che addirittura suona talmente classicamente Overkill da avere semmai il problema contrario.

Il suono è perfettamente bilanciato tra tutti gli elementi (dietro al mixer c’è un certo Andy Sneap, e si sente), con il consueto spazio al basso pulsante di Mr. Verni, ma l’album è avvolto da una tonalità che più old school è impensabile. Riff e le composizioni sono totalmente dedicati al classico sound anni ottanta, al punto da riportare in evidenza reminiscenze quasi punk-core, speed e heavy metal vecchia maniera.

Nel complesso i pezzi ci sono, così come la prestazione d’insieme di una band che suona compatta e trascinante (come sempre d’altronde). A dimostrazione che con la giusta attitudine e l’entusiasmo si può superare anche un ostacolo difficile come una certa mancanza di idee di fondo. Non che per gli Overkill questa sia una novità, visto che ormai da anni le canzoni ricalcano schemi e strutture vicine a quanto già fatto in passato. Questa volta però abbiamo una grande varietà di fondo che rende piacevole e scorrevole l’ascolto dell’album per intero.

Un unico difettuccio ci pare riscontrabile, ed emerge già dalle prime due canzoni (ma riguarda una buona metà della scaletta). Sia “Mean Green Killing Machine” che “Goddamn Trouble” sono infatti due ottimi esempi di come gli Overkill sappiano spingere sull’acceleratore con un’efficacia che pochi riescono a pareggiare, sciorinando riff dopo riff e mettendoci una cattiveria ammirevole. Se pur piuttosto diverse, con “Mean Green Killing Machine” più groovy e mosh oriented e “Goddamn Trouble” più punk e diretta nell’attitudine (si apre con un “Let’s go!!” che è tutto un programma), entrambe sono però troppo allungate e a tratti eccessivamente ripetitive. Oggettivamente troppi i sette minuti e mezzo della prima e i sei minuti e passa della seconda… composizioni di questo presa ed essenzialità risultano sicuramente più azzeccate se accorciate su tempi meno dilatati.

Our Finest Hour” è invece una fucilata priva di ogni possibile critica, con un riff spaccaossa e una struttura strumentale sufficientemente variegata e ricca di tensione. Il brano top del disco per noi. “Shine On” bissa la buona impressione, anche se perde qualcosa a causa di un coro un po’ troppo insistito. Buone invece le ripartenze e le variazioni di ritmo, che sono la vera forza di una canzone che funziona e che rimanda a certe cose del periodo di “Necroshine”.

Irrompe poi “The Long Road”, con il suo incipit incalzante ed epico e la successiva partenza superspeed! Su cinque canzoni non ne abbiamo sentita una simile all’altra, il che dimostra la giusta diversificazione. Purtroppo ancora una volta non riusciamo ad esimerci dal trovare il tutto trasbordante nel minutaggio. Come avrete capito a questo giro abbiamo un problema di sintonia con le intenzioni della band, ma perché tirare un brano che avrebbe detto tutto perfettamente in cinque minuti scarsi fino quasi ai sette?

Non di meno tutto il resto rientra alla perfezione tra quelle che sono le aspettative riposte in una band come gli Overkill, ovvero la spinta ritmica sempre ricca di dinamica, tanta aggressività e quella punta di acido portato dalla voce di Bobby e da certi riff più cupi o rallentati (ad esempio l’incipit sabbathiano di “Let’s All Go To Hades”).

A differenza di quanto accade con molte uscite la seconda parte della scaletta non manca di aggiungere canzoni interessanti e sempre in linea con la varietà dichiarata all’inizio. Molto classica è ad esempio “Come Heavy”, ancora una volta una sorta di Sabbath accelerati e incattiviti. Mentre una “Red White And Blue” scarica da subito un riff velocissimo e vetero-thrash per poi cambiare in modo repentino (forse pure troppo) nel break centrale tipicamente mosh. Sia chiaro, sono tutti standard che non escono dal songbook più classico degli Overkill, ma che, se siete disposti ad accettare la premessa, non possono che fare la loro bella impressione.

Il duetto finale con “The Wheel” e la title track rimescola ancora un po’ le stesse carte, ma in effetti senza evidenziare né grandi novità ne momenti particolarmente azzeccati, se non alcune vocalizzi particolarmente pungenti di Bobby nella più cadenzata ed epica seconda traccia.

Tirando le somme si può certamente dire che “Grinding Wheel” sia un lavoro positivo e confezionato sapientemente per piacere ai fan più fedeli, quindi bene così. Di certo se l’energia è quella di un tempo, la qualità delle composizioni non raggiunge i livelli delle migliori produzioni, ma con ben diciotto dischi sulle spalle andare sul sicuro e puntare più sulla personalità che sulla novità è scelta ben comprensibile.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2017


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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