Manilla Road – Recensione: The Court Of Chaos

“The Courts Of Chaos” (1990), ottavo album dei Manilla Road, continua con successo la seconda fase della storia della band di Wichita, iniziata con l’ancor più esaltante “Out Of The Abyss” del 1988. Il cambio di ritmiche rimane consistente e le sfuriate della batteria di Randy “thrasher” Foxe colpiscono a fondo. A differenza del precedente full length aumentano comunque i momenti più cupi e d’atmosfera parzialmente venuti meno con l’epic speed/thrash style recentemente acquisito.

La lunga intro colma di pathos intitolata “Road To Chaos” ci porta al primo pezzo da novanta del disco, ossia “Dig Me No Grave”, una cavalcata dominata dalla voce roca e nasale di Mark “The Shark” Shelton e dalla rimtica ossessiva della sua chitarra. Il testo è un vero e proprio manifesto di resistenza nei confronti del rock alternativo che ad inizi anni ’90 sembra voler seppellire il classic metal; il succo delle lyrics intendono sottolineare che finchè dei rocker “dalla nascita” come Mark e soci sono in attività il metal è tutt’altro che morto e di conseguenza non è il caso di cominciare a scavar la fossa per questo genere musicale. La storia ha poi certificato che Shelton aveva ragione ed il metal è tuttora vivo e vegeto.

L’impronta più cupa e riflessiva del disco esce con “Into The Courts Of Chaos”, brano lento che dopo una parte iniziale soffusa esplode in una cadenzatone di spessore che segna una grande prova di Mark alla voce e la realizzazione di atmosfere plumbee di grande impatto.

“A Touch Of Madness” prosegue il discorso musicale della song appena citata ma risulta meno efficace.

I Manilla Road anche in questa release non abbandonano la loro svolta estrema e sfornano alcuni pezzi devastanti e scatenati come ad esempio “From Beyond”, che inizia con il sound tipicamente rallentato di questo disco per poi esplodere letteralmente grazie alla potentissima linea ritmica dominata da Randy Foxe. Altro brano feroce è “(Vlad) The Impaler”, un anthem violento che vede dominare ancora una linea ritmica schiacciasassi ed un riffing compatto e serrato, ben accompagnato da una linea vocale aggressiva.

Arriviamo quindi al gran finale del CD con i due pezzi che rappresentano l’apice del disco; la prima song è “The Prophecy”, brano caratterizzato da favolose aperture melodiche dettate da un uso sapiente di tastiere che creano atmosfere cupe e sognanti; segnaliamo che in questa canzone si ritaglia notevoli spazi anche il mitico bassista Scott Park.

Le ultime emozioni del disco sono invece legate alla suite “The Books Of Skelos” (pezzo diviso a sua volta in tre parti); potremmo dire che questo brano sviluppa le idee del precedente e le porta al loro miglior compimento. Si inizia con una prima parte lenta, acustica e poi cadenzata in cui Mark canta con trasporto (“The Book Of The Ancients”); si arriva quindi ad un’ottima prova alla chitarra di Shelton che segna il passaggio alla seconda e terza parte del disco (“The Book Of Shadows” e “The Book Of Skulls”), decisamente potenti, in cui Scott e Randy regnano incontrastati in un flusso di epic/speed metal indimenticabile.

Per quanto riguarda i testi Shelton si mantiene in linea con la sua tradizione e rimane ancorato ad inni al metal come “Dig Me No Grave”, song di ispirazione horror come “(Vlad) The Impaler” o ancora dark fantasy come la fantastica “The Books Of Skelos”.

“The Courts Of Chaos”, nel 1990, si rivela quindi il miglior album per concludere la fase immortale dei Manilla Road cominciata nel 1980 con “Invasion”.

Etichetta: Black Dragon Records

Anno: 1990

Tracklist:

01. Road To Chaos
02. Dig Me No Grave
03. D.O.A. (Bloodrock cover)
04. Into The Courts Of Chaos
05. From Beyond
06. A Touch Of Madness
07. (Vlad) The Impaler
08. The Prophecy
09. The Books Of Skelos
I - The Book Of The Ancients
II - The Book Of Shadows
III - The Book Of Skulls


Sito Web: http://www.manillaroad.net/

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