Tau Cross – Recensione: Tau Cross

Sulla carta questa targata Tau Cross ha tutte le premesse per essere un bomba. Il progetto si fonda infatti sulla collaborazione tra due musicisti di grande spessore come Michel Langevin alias Away dei Voivod, più Rob “The Baron” Miller degli storici Amebix. Ed anche le coordinate stilistiche scelte, in bilico tra metal primordiale, post punk, ritmi psichedelici e qualcosa rock-new wave, sembrerebbe il campo più adatto per costruire song trascinanti ed essenziali.

Come avrete intuito questo preambolo serve più che altro a mitigare la delusione di un disco che invece rimane sospeso in mezzo al nulla e non riesce a conquistarsi la nostra attenzione se non a tratti.

Anche se la struttura di base è infatti decisamente accattivante, sono davvero troppe le falle da tappare per impedire alla nave di affondare. Innanzitutto la voce di Rob Miller è davvero poco adatta ad un sound così rock come quello utilizzato; sentire chitarre fluide e quasi pischedeliche accompagnate da un rantolo simile ad un Lemmy con la laringite rimane insopportabile. Solo sulle canzoni più dure e punk oriented, come “Stonecracker” l’abbinata diventa accettabile, ma nel complesso non ci siamo proprio.

La stessa struttura delle song è però esageratamente elementare e poco originale. Buttare nel mezzo mille influenze può portare ad un mix creativo unico o ad una serie di song pretenziose che citano di tutto senza avere in realtà nulla da dire. E anche se ci dispiace nel caso dei Tau Cross è molto più presente la seconda categoria della prima.

Se ascoltate una song come “ Midsummer” avrete la esatta idea di ciò che intendiamo: il brano vorrebbe essere una miscela tra Black Sabbath, psichedelica e industrial rock, ma finisce per essere solo un noiosissimo e mastodontico sludge rock cantato terribilmente.

Peggio ancora il tentativo di aggiungere melodia ad una song quasi new wave come “Hangman’s Hyll”: il risultato è a dir poco disarmante. Altre song, come “Lazarus” o “Fire In The Sky” potrebbero essere una versione ammodernata, più sporca e metallica dei Killing Joke, ma rimangono comunque troppo legate alle influenze basilari per diventare veramente interessanti (anche perché al mondo ci avevano già pensato i Prong a fare altrettanto, e molto meglio di così).

Solo in alcuni punti, come nelle song più oscure come “We Control The Fear”e “The Devil Knows His home” le cose ci paiono funzionare meglio a livello armonico, mentre dei brani più rock solo la ritmata “Prison” ci smuove qualcosa di più del nulla.

Le idee di fondo e gli scopi artistici per cui nasce il progetto ci piacciono e molto (visti i protagonisti non poteva essere altrimenti), ma la loro realizzazione pratica ci fa invece storcere il naso. Se la band andrà avanti magari al prossimo giro ci metteremo d’accordo.

Voto recensore
5,5
Etichetta: Relapse records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Lazarus
02. Fire In The Sky
03. Stonecracker
04. Midsummer
05. Hangmans Hyll
06. We Control The Fear
07. You People
08. Prison
09. Sons Of The Soil
10. The Lie
11. Our Day
12. The Devil Knows His Own


Sito Web: https://www.facebook.com/TauCrossOfficial?fref=ts

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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