Dark Fortress – Recensione: Spectres From The Old World

I tedeschi Dark Fortress provengono dalla scena black metal, ma ormai da anni il loro sound ha incorporato elementi che poco hanno da spartire con il genere. Nel complesso la loro musica si può infatti si catalogare come oscura, ambientale e a tratti glaciale, ma nelle loro canzoni ci sono anche componenti che arrivano dal dark, o addirittura dal thrash, mentre in altri passaggi emerge un gusto per la melodia assolutamente non comune in un contesto come questo. La loro è, in pratica, una proposta musicale che affascina e coinvolge, ma che è in gran parte priva di quell’aura sinistra che è timbro irrinunciabile del black metal più tradizionale. Di questo ne è già un ottimo esempio “Coalescence”, un brano che gode di un riff estremamente azzeccato e che procede a velocità notevole, ma che, anche grazie ad un assolo un po’ dissonante che non ci aspetterebbe, trasmette una sensazione di ordine e freddo più adatta a descrivere gli interminabili spazi aperti del cosmo che la desolazione degli Inferi. La successiva “The Spider In the Web” spinge più sul groove e l’atmosfera (ottimo il lavoro delle tastiere sullo sfondo), tanto che i primi 90 secondi rimandano vagamente a certi lavori dei Samael, mentre il break melodico centrale ricorda qualcosa di accostabile all’Ihshan solista. Interessante anche “Pali Aike”, allo stesso tempo scura, atmosferica e melodica, con più di un punto di contatto con gli ultimi Behemoth.

https://www.youtube.com/watch?v=JGenLCvOmzI

Ecco, se si vuole cercare un ambito più generale al quale ascrivere la proposta degli attuali Dark Fortress vengono in mente proprio tutte quelle band o artisti che dal mondo del black metal hanno saputo emanciparsi, per portare avanti un discorso che non si allontanasse completamente dalle origini nell’intenzione, ma che fosse sufficientemente distante da non essere più ascrivibile totalmente al gruppo di partenza. In questa ottica la seconda parte dell’album osa anche più della prima. Canzoni come “Isa” o “In Deepest Time” sono parecchio sbilanciate verso la sperimentazione e, se togliamo l’uso della voce scream, anche se alternata a parti melodiche, si può tranquillamente parlare di metal dal timbro moderno che si spinge verso l’avantgarde e il dark. Anche i brani più vicini per struttura e riff al black metal, come “Pulling At Threads”, si aprono all’uso di passaggi melodici e cambi di ritmo non canonici, riuscendo efficacemente a distinguersi. Asvargr, Morean e co. dimostrano quindi in tutte queste rifiniture di essere musicisti maturi e preparati, ben consci di come utilizzare tecnica, arrangiamenti e scelte di suono per aggiungere espressività alla loro musica. E il risultato non poteva che essere un album davvero bello e riuscito.

Etichetta: Century Media

Anno: 2020

Tracklist: 01. Nascence (Intro) 02. Coalescence 03. The Spider in the Web 04. Spectres from the Old World 05. Pali Aike 06. Pazuzu 07. Isa 08. Pulling at Threads 09. In Deepest Time 10. Penrose Procession (Interlude) 11. Swan Song 12. Nox Irae

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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