In Flames – Recensione: Siren Charms

Che compito arduo recensire un nuovo album degli In Flames! Col passare degli anni la band svedese ha finito per essere come la nazionale di calcio italiana: tutti si sentono i suoi CT, assolutamente convinti di sapere al meglio come la squadra dovrebbe giocare. Alcuni avrebbero voluto che Anders Fridén e compagni ci proponessero all’infinito “The Jester Race” e “Whoracle”; altri hanno sostenuto la svolta di “Reroute To Remain” e “Soundtrack To Your Escape”, ma hanno condannato il gruppo come modaiolo solo pochi anni dopo, con l’arrivo di “Come Clarity”. I più severi li vogliono finiti dopo “Colony”, i più garantisti dopo l’abbandono di Jesper Strömblad. Al di là delle chiacchiere da bar e del fatto che piacciano o no, un merito agli In Flames bisogna senz’altro riconoscerlo: quello di essere un ensemble coraggioso e intelligente, che ha sempre scelto di cambiare pelle e non rimanere fermo, senza adagiarsi sui fasti del passato e a costo di scontentare lo zoccolo più duro dei propri fan.

Questa premessa era necessaria per introdurvi a “Siren Charms”, disco che rappresenta l’ennesimo cambio di rotta per il combo di Göteborg. Un album certamente incompleto e non esente da difetti, ma a suo modo particolare e interessante. La svolta innescata col platter è infatti ancora acerba e imperfetta, comunque in grado di prospettare promettenti scenari futuri: la band risulta monotona e scontata quando vuole picchiare duro come in passato, affascinante quando ci propone note mai sentite prima. Ma di che coordinate stilistiche stiamo parlando? Quelle di un rock autoriale, tra l’indie e l’elettronica, sempre alla ricerca di situazioni rarefatte e melodie ricercate. Il ritmo si abbassa, i riff serrati lasciano il posto agli arpeggi e Fridén canta ormai solo in clean vocals, giungendo così a un risultato che predilige l’atmosfera all’impatto.

L’inizio con “In Plain View” è decisamente canonico: un po’ di elettronica, qualche riff che rimanda al melodic death del passato e un cantato in bilico tra il pulito e l’aggressivo. “Everything’s Gone”, pezzo tra i più tirati del lotto, è in linea con la canzone che l’ha preceduta, mentre la successiva “Paralyzed” diminuisce i toni per condurci ai primi brani degni di nota. “Through Oblivion”, “With Eyes Wide Open” e la title track delineano infatti uno scenario intrigante e malinconico con il loro suono raffinato e le loro melodie avvolgenti.

“When The World Explodes” è una parentesi di potenza, utile per cambiare registro, ma abbastanza trascurabile e non molto riuscita nel suo improvviso alleggerimento con soave voce femminile. “Rusted Nail”, pur non essendo originalissima, beneficia invece di un bel lavoro di chitarre e di un efficace refrain. Un ritornello appassionante possiamo trovarlo anche nella successiva “Dead Eyes”, canzone dall’appeal radiofonico, mentre la seguente “Monsters In The Ballroom” spinge di nuovo sull’acceleratore, senza però impressionare particolarmente. Anche la conclusiva “Filtered Truth”, pur essendo gradevole, non lascia più di tanto il segno.

“Siren Charms” rappresenta in definitiva un’occasione parzialmente mancata. Gli In Flames osano, ma senza esagerare, e questo influisce su un lavoro che poteva essere ben più soddisfacente. Il disco si guadagna comunque una sufficienza abbondante, e avremmo potuto spingerci anche oltre se la nuova ispirazione della band avesse pervaso più tracce. Le condizioni per l’ennesimo nuovo inizio di questi longevi metallers svedesi sono state poste, rimaniamo quindi in attesa di vedere a quali frutti questo cambio porterà.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Epic Records

Anno: 2014

Tracklist:

01. In Plain View
02. Everything’s Gone
03. Paralyzed
04. Through Oblivion
05. With Eyes Wide Open
06. Siren Charms
07. When The World Explodes
08. Rusted Nail
09. Dead Eyes
10. Monsters In The Ballroom
11. Filtered Truth


Sito Web: http://inflames.com/

5 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Alessandro S

    Condivido in gran parte la tua recensione.

    Molti dimenticano il fatto che non è il cambiamento il problema di una band ma spesso il crollo verso la mediocrità, cosa che ho personalmente riscontrato in band come i Korn o Metallica (magari sono gusti personali) Per quanto riguarda gli In Flames Li ho conosciuti con ” A Sense of Purpose” è me ne sono innamorato, soprattutto della voce di Anders , il mio giudizio fu libero di ogni paragone con il passato poichè era un un passato che non conoscevo, da li mi sono cercato i vecchi album e ho apprezzato i vecchi lavori ma (Lapidatemi pure) questo non sminuiva il mio amore per “a sens of purpose” anzi. Da li ero trepidante per l’attesa del disco successivo che mi lasciò indifferente, forse complice i pochi ascolti che pochi son rimasti.

    Ora Ascolto questo Siren e bisogna dirlo per essere una album di Death metal melodico è una bella merda, ma il punto che molti scordano è che gli In Flames Non fanno Death metal da parecchio tempo. Dunque giudichiamo l’album per quello che è : un buon disco di nu-metal fatto come si deve con delle bellissime melodie e una voce affascinante che è stata massacrata dai vecchi fan perchè non in linea con il loro ideale e soprattutto con un importante passato.

    Gli in flames in questo album danno il loro meglio quando se ne fottono di rincorrere il passato e guardano al futuro. I pezzi più dure dell’album se pur interessanti sono abbastanza dimenticabili, forse perchè non trovano una direzione, Un esempio perfetto “When The World Explodes” dove la band spinge con classe e belle linee su registri più aggressivi per poi abbandonarsi in un inutile ritornello a voce femminile stile gotico.

    la parte centrale dell’album regala degli ottimi brani carichi di atmosfera e melodia, ritornelli davvero azzeccati e (Uccidetemi pure) Un ottima prova di Anders che dove perde in potenza dal passato ne acquista in patos e gusto della melodia.

    Forse non un album che resterà nella storia , ma quanti ne restano?

    ultima considerazione: Probabilmente gli In Flames ad un certo punto della loro carriera hanno portato sulle spalle una pesantissima eredità sono sicuro che con un altro nome gli album a venire sarebbero stati considerati in modo diverso.

    Immaginate se “Mare the nomes” degli apc fosse uscito sotto il nome di TOOL (anche se sono due band totalmente diverse mi riferisco al mood e la voce di Maynard) sicuramente pochi avrebbero mantenuto la lucidità per scoprire un capolavoro offuscati da un cambio di rotta devastante.

    Giudichiamo le Band per quello che sono e non per quello che sono state.

    per me è un 7 pieno.

    Reply
    • Riccardo Manazza

      Purtroppo, o per fortuna, il paragone con il passato è un dazio impossibile da non pagare per le band che hanno caraterrizzato un’epoca.

      Sono comunque d’accordo con te, il disco è decisamente valido, sia sotto il punto di vista formale che da quello del songwriting.
      Solo devono starne lontani i fan della prima ora che non hanno apprezzato i cambiamenti fatti nei dischi successivi.

      Reply (in reply to Alessandro S)
      • Alessandro S

        vero anche questo, l’unica pecca secondo me di quest’album e che in alcune tracce sembrano voler dare un contentino ai fan storici ma si sente lontano un miglio che lo fanno in modo poco convinto rimanendo cmq ancorati al presente. se i pezzi più tosti fossero stati su un registro aggressivo più convinto sarebbe stato ancora meglio.

        In ogni caso non capisco come si fa a parlar così male della voce come ne ho sentito parlare in giro 🙂

        Reply (in reply to Riccardo Manazza)
  2. wolfmobo

    Faccio parte di quelli che dopo Colony hanno messo una corona di fiori sugli In Flames.
    Non ho sentito l’album, quindi non commento ma più di una volta ho pensato che con “velocità” differenti tutti gli eroi del periodo aureo del melodic death sono andati all’aceto: come gli In Flames, così i Dark Tranquillity e se allarghiamo il periodo di qualche anno possiamo quasi dire che le band death durano poco per definizione: spariti gli Entombed (quelli di left hand path) e pure i Children of bodom… forse si salvano solo gli Amorphis, ma sono sempre stati un discorso a parte e comunque gli album recenti non mi hanno saputo esaltare.
    Gli unici che non si sono sputtanati sono i gruppi che per vari motivi hanno avuto pause lunghe anni…
    spero tanto nel ritorno degli At The Gates per sentire un po’ di swedish death come si deve!
    Scelte ed evoluzioni stilistiche sono fisiologiche, ma quando si ammicca a quell sound o quell’altro perdendo la propria forte caratterizzazione si cade nel mediocre (mi viene difficile credere che dietro non ci siano spinte o pressione delle label) e se posso (educatamente) contraddire Allessandro S… se non si chiamassero In Flames, venderebbero inevitabilmente meno e il tuo “7 pieno” è comunque un voto mediocre, cosi come mediocri si sono rivelate quasi tutte le band nu-metal.
    L’ultimo pezzo veramente In Flames che ho sentito è una sorta di B-side tratto da un EP: Watch Them Feed.

    Reply
  3. Enrico Marchegiani

    quoto in pieno wolfmobo. Aggiungo, dopo averlo ascoltato bene, che chi dice che ci sono alcune sonorita’ alla “in flames” vecchio stampo non ha mai ascoltato colony o clayman anzi aggiungo che sono anche ben lontani dagli album successivi fino a come clarity in cui erano gia scaduti parecchio! Ho inoltre notato che una rivista specializzata ha recensito questo disco usando i miei stessi pensieri.
    voto 5

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