Sascha Paeth’s Masters Of Ceremony – Recensione: Signs Of Wings

Dagli Heaven’s Gate, alla produzione passando per gli Avantasia e finalmente il ritorno con un progetto nuovo di zecca.

Sascha Paeth riprende “possesso” di una vena creativa mai dimenticata da anni di collaborazioni e “progetti altrui”.

Da anni ormai parte integrante del progetto di un “certo” Tobias Sammet, Paeth con i Masters Of Ceremony (tra le loro fila possiamo trovare anche Adrienne Cowan alla voce, André Neygenfind parte integrante degli Avantasia al basso, così come sempre dagli Avantasia Felix Bohnke alla batteria ed infine Corvin Bah alla tastiera) calca la mano cercando soluzioni più “battagliere” e meno riconducibili al progetto del folletto di Fulda.

Niente, maghi, immagini mistiche, sogni o altre soluzioni di questo tipo, ma un disco “reale”, che affonda le mani in una ispirazione concreta e determinata. Canzoni costruite attorno ad un marcatissimo tratto heavy, che mettono in scena una forza invidiabile e che rendono giustizia ad un compositore che con gli Heaven’s Gate conquistò ben più di un fan.

I tempi sono ovviamente cambiati, le “porte del paradiso” si sono chiuse anni fa per lanciare Paeth verso nuovi lidi, ma la voglia del vostro non è di certo venuta a mancare tra collaborazioni (più o meno di lusso) e dischi prodotti. Una canzone come “The Time Has Come” è certamente un biglietto da visita perfetto, un modo per rappresentare l’ideale partenza verso un viaggio che nel disco si dimostra decisamente artcolato tra storie passate e tensioni future.

Per una canzone “canonica ma non troppo” (bello il bridge al limite metalcore di “The Time Has Come”) come l’opener, il disco poi cerca di esplorare strade ed esperienze, e ci riesce con successo come nella terremotante “Sick”. Una canzone di pura battaglia, secondo singolo ed autentico stravolgimento di un canovaccio heavy metal (più o meno screziato di altre inflenze) che piace per la plasticità di Paeth nell’adattarsi ad altre – ed alte – intensità senza mostrare cedimenti. Di pasta opposta la stupenda ballad “The Path”, con la Gowan protagonista di un registro vocale decisamente diverso ma altrettanto convincente. Bello e drammatico anche il violoncello che sostiene la compozione.

Ma non sono solo i singoli a marciare decisi, è tutto il disco che piace e che conquista con una band (sì, chiamiamola pure così vista l’amalgama) che si trova a suo agio anche emozionando come in “Die Just A Little”, tra inensità e potenza.

Molte anime, una sola certezza: la solidità di un prodotto costruito nei minimi dettagli perché la tensione non scema e resta viva con la bella “Weight Of The World” e “Bound In Vertigo” che ricorda tanto gli Heaven’s Gate.

Heavy metal? Sì, certo, ma anche molto altro. Un passato che non si può dimenticare ed un futuro fatto di potenza e melodia che viene esplorato grazie alla voce della Cowan e tante possibilità per un disco che potrebbe essere molto di più.

Bello e convincente, c’è poco altro da chiedere. Magari un tour….


Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2019

Tracklist: 01. The Time Has Come 02. Die Just A Little 03. Radar 04. Where Would It Be 05. My Anarchy 06. Wide Awake 07. The Path 08. Sick 09. Weight Of The World 10. Bound In Vertigo 11. Signs Of Wings

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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