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Annihilator – Recensione : Set The World On Fire

I primi anni novanta sono stati un momento molto particolare per l’heavy metal e le sue derivazioni. Se da un lato il grande successo di molte band aveva ormai sdoganato il genere, rendendolo estremamente popolare, dall’altro la bestia del music business aveva cominciato a divorare le sue vittime e in molti sono rimasti schiacciati sotto il peso di sogni infranti o contratti firmati con troppo leggerezza. Per gli Annihilator la situazione era da brividi: il successo di un album destinato a diventare un superclassico come “Never, Neverland” aveva portato i nostri al centro dell’attenzione della terribile macchina e, anche se con il senno di poi è facile dirlo, questo sarebbe diventato il lavoro decisivo per definire la dimensione della intera carriera della band. Cosa fare? Come comportarsi? In un momento in cui tutto stava cambiando, con la diffusione del cd e l’esplosione commerciale dell’alternative e del metal estremo gli Annihilator, in particolare il leader Jeff Waters, sembrano non avere una vera strategia.

Schiacciato dalla pressione di enormi aspettative e condizionato dagli immancabili cambi di formazione (Aaron Randall è il terzo singer in tre album) “Set The World On Fire” null’altro è infatti se non una raccolta di canzoni estremamente eterogenee, in cui Mr. Waters si lascia completamente andare alle proprie ambizioni di songwriter a 360°, senza seguire i nuovi trend, ma semmai recuperando format più melodici e classicamente rock oriented che arrivavano certamente dagli ascolti giovanili. Un passo verso un’affermazione personale che purtroppo non ha reso quanto sperato, visto che, nonostante la distribuzione affidata alla Sony e il buon successo dei tour europeo e giapponese, gli Annihilator negli Stati Uniti non bucano e vengono prontamente scaricati da una Roadrunner molto più interessata a seguire le nuove tendenze.

Fatto salvo quello che è quindi un innegabile flop l’album, pur distaccandosi per larga parte da quanto fatto nei capitoli precedenti, rimane un lavoro di tutto rispetto, in grado di far brillare le doti esecutive di una band ben preparata (ricordiamo che alla batteria c’era un certo Mike Mangini) e le qualità compositive del suo leader. Fin dall’incipit del singolo “Set The World On Fire” appare però evidente che la direzione scelta sia quella di una riduzione della velocità e dell’aggressività a favore di una accresciuta componente melodica… Una nuova visione che raggiunge il suo apice con vere e proprie ballad come come la classica rock song “Pheoneix Rising” e la particolare “Sounds Good To Me”, brano dall’anima pop che fa specie trovare su un disco griffato Annihilator, ma che portato nel contesto giusto avrebbe tutte le carte per diventare una vera e propria hit.

Altre canzoni seguono invece un format che avvicina la band all’hard rock o all’heavy melodico, per quanto rigirato in chiave più idonea allo stile Annihilator. Un buon esempio di ciò è la ottima “Snake In The Grass”, forse una delle migliori canzoni dell’intera scaletta. Anche se da non trascurare è pure il ritmo funkeggiante della ironica “Knights Jumps Queen”, splendidamente suonata e, si, davvero divertente. A controbilanciare arrivano poi canzoni speed e totalmente guitar oriented come “Bats In The Belfry”, “No Zone” o la schizzata “Brain Dance”, il tutto a creare un quadro multicolore che ha rappresentato una scommessa forse troppo azzardata per una band che in fondo aveva il grosso del proprio pubblico tra gli amanti del genere.

Poteva essere il disco della svolta verso un successo fuori dai confini del metal, ma i tempi non erano più quelli giusti, e da qui in poi la band è sopravvissuta solo grazie dalla determinazione del proprio leader e all’amore di una fanbase forse non enorme, ma del tutto fedele. Da un lato, meglio così!

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 1993

Tracklist: 01. Set the world On Fire 02. No Zone 03. Bats In The Belfry 04. Snake in The Grass 05. Phoenix Rising 06. Knight Jumps Queen 07. Sounds Good To Me 08. The Edge 09. Don't Bother Me 10. Brain Dance

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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