Nibiru – Recensione: Salbrox

La prima volta che vidi i Nibiru dal vivo non ne rimasi particolarmente impressionato. Era il palco del mai abbastanza rimpianto LoFi, in una data di supporto agli Oranssi Pazuzu, il concerto fu buono, giustamente aggressivo, ma di quel suono persi i contorni non appena i finlandesi misero i loro piedi scalzi sul palco ed attaccarono “Saturaatio“. Tornando a casa pensai pure, con un po’ di sufficienza, che l’hype nato intorno alla (allora) futura partecipazione della band al Roadburn, con tanto di troupe al seguito per documentare l’evento, fosse esagerato. Qualche tempo dopo li ritrovai ancora a Milano, questa volta a precedere gli Uada. Ardat salì sul palco, sangue e pupille nere da sciamano come da copione, aprì il leggio (lì, devo dire, iniziai a provare la sensazione di sufficienza di cui sopra) ed il rituale iniziò. Non chiedetemi come suonarono gli Uada, non lo ricordo, il suono oscuro dei piemontesi inghiottì letteralmente ogni cosa, e l’impressione venne confermata regolarmente nei concerti successivi, fino ad oggi. I Nibiru sono oggi la rappresentazione di un pianeta bifronte, che al carisma sciamanico del cantante/chitarrista contrappone una sezione ritmica implacabile e policromatica, retta per intero da Ri (Basso) e L.C. Chertan (batteria, percussioni), una minaccia sonora ipnotizzante, da cui è complicato scansarsi.

Ad un primo approccio “Salbrox” (quinto album della band e primo per la Rituals Production dopo i molti anni passati presso l’Argonauta Records) potrebbe essere frettolosamente catalogato come episodio atipico, al pari del doppio “Netrayoni” (2014) recentemente ristampato. Questa rassicurante sensazione, tuttavia, svanisce ascolto dopo ascolto, di fronte all’innegabile lavoro di perfezionamento di suoni e arrangiamenti che la band ha affrontato per giungere a questa composizione divisa in sei movimenti (il settimo, RZIONR è presente come bonus nell’edizione cd). Nel nuovo album infatti la band rinuncia volontariamente alle coordinate sonore che la contraddistinguono, pur conservandole nello spirito, e così il soliloquio posto in apertura, “ENHB” (superba prova di Ardat) un coacervo di rarefazioni e pulsioni tribali modulate con cura, inquieta e terrorizza senza dover ricorrere ai facili jumpscares della musica estrema. Gli stessi luoghi comuni del metal, quando pure vengono ripresi, risultano deformati, mutilati dei loro tratti somatici caratteristici, come in “EXARP” e “NANTA” sludge esangue dalla sezione ritmica volutamente slabbrata, o “HCOMA“, che riporta alla mente i Sunn O))) accompagnati da Attila, ma con un bagaglio interpretativo di ben altro livello. Una volta intrapreso l’ascolto, “Salbrox” (il termine enochiano per Zolfo) si rivela un rituale di morte, inteso come purificazione, perdita della propria natura umana e dissoluzione nel cosmo, che si approfondisce attraverso “NANTA” e “BITOM“, movimenti in cui la band lavora per sottrazione, lambendo i lidi dark ambient degli Shibalba, fratture che nemmeno il lungo rigurgito sludge di RZIONR può sanare. Insomma, se “Netrayoni” (il termine di paragone più adatto all’interno della discografia della band) si limitava ad aumentare la componente lisergica di un suono comunque solido nella struttura, “Salbrox” abbraccia senza esitazioni il lato spirituale della band e accompagna l’ascoltatore in un percorso dai contorni indefiniti, dove il suono è un mezzo e mai il vero protagonista. Per intraprendere questo viaggio ci vogliono coraggio, dedizione e guide esperte che hanno battuto più volte questi sentieri, come i Nibiru.

Voto recensore
8
Etichetta: Ritual Productions

Anno: 2019

Tracklist: 01 ENHB 02 EXARP 03 HCOMA 04 NANTA 05 ABALPT 06 BITOM 07 RZIONR (solo nell'edizione cd)
Sito Web: https://www.facebook.com/nibiruritual/

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