Robin Red – Recensione: Robin Red

Come nel calcio, e tra le persone, è tutta una questione di spazi. Creare gli spazi, occupare gli spazi, nascondere gli spazi… insomma, quel metro quadro e quella boccata di ossigeno possono cambiare con la stessa facilità l’umore di una giornata o il senso di un’intera carriera. L’imponente numero di uscite che le major discografiche sono oggi in grado di supportare, potendo contare su diversi canali di promozione e vendita, se da un lato corre il rischio di saturare/annacquare il mercato, dall’altro crea nuovi spazi all’interno dei quali collocare progetti che – una volta – avrebbero forse faticato ad emergere. Il caso dei dischi solisti è in qualche misura emblematico: vi ricordate quando l’uscita di un progetto in proprio allarmava i fan, perché spesso considerato indice di una spaccatura insanabile e preludio al funerale artistico di una band? Per fortuna o sfortuna oggi le cose sono cambiate, e per molti progetti conservati nel cassetto è diventato più facile raggiungere le orecchie degli ascoltatori. Il caso di Robin Red è simile a tanti altri: impegnato da anni con i suoi degreed e coinvolto in passato in una edizione di American Idol, il cantante svedese ha inviato a Frontiers i suoi demo nel 2020, e ad un solo anno di distanza siamo già pronti ad ascoltarne il debutto solista grazie alla prolifica label italiana.

Supportato da una formazione che conta – oltre allo stesso Robin – sei elementi, tra i quali si segnalano Joan Eriksson al Grand Piano e Jona Tee all’organo, il frontman propone un rock radiofonico, gentile e sentimentale, che ben si adatta all’algida pulizia del suo timbro alla Joey Tempest. Costruiti su riff di chitarra tanto semplici quanto accattivanti, e che in alcuni – per la verità meno memorabili – tratti mi hanno ricordato i sample di Music Maker, i dodici brani che compongono questo debutto sono perfetti per infondere una sferzata di energia ad un noioso viaggio in auto/treno (“Midnight Rain”, nella romantica Parigi) e possiedono tutti una qualità comune, seppure non scontata: quella di mantenere ritmo e compattezza, nonostante difficilmente si possa parlare di composizioni originali. Sia che si attinga al rock americano (“Bad Habit” e “Living Dead” hanno anche colorazioni southern) sia che si decida di fare una puntatina tra le più raffinate espressioni britanniche (“Can’t Get Enough”), Red riesce ad infondere nell’ascoltatore una bella sensazione di personalità e controllo, di quella consistenza che ti aspetti da un artista che prima del disco omonimo ha inciso cinque album e percorso kilometri sulle strade d’Europa per promuoverli. Di quella consistenza, anche, che contraddistingue molte produzioni scandinave: benchè non sempre originali, molti di questi prodotti riescono con il loro approccio sempre fresco a dare nuova vita al già sentito, offrendoti su per giù le stesse sonorità senza però darti la sensazione di rifilarti una fregatura. I riferimenti a Foreigner Rick Springfield, Bryan Adams, John Waite e H.E.A.T. funzionano bene per descrivere senza troppi giri di parole le coordinate di un rock che unisce, grazie al suo linguaggio universale. Mai divisivo né men che meno polarizzante, l’album aspira piuttosto a divertire e divertirsi con intelligenza (“Nitelife”), proprio come ci raccomandò con fare accorato il papà di un nostro compagno di classe, alla partenza per la nostra prima gita – al museo egizio di Torino – delle superiori.

Esperienza e conoscenza tengono a bada la noia e la sensazione di deja vu, e si sentono soprattutto quando impiegate al servizio di una ballad: potremmo candidamente ammettere di aver già sentito e risentito altrove cose come “Reason To Survive” e “Living For”, ma questo non toglie che entrambe siano in grado di creare il momento, la prima con la semplicità di una grammatica esclusivamente acustica e la seconda con una combinazione felice di testo e musicalità. Le capacità di Red e della sua band si traducono nel tipico prodotto di mestiere ma con l’anima, che si pone idealmente a metà classifica tra le proposte di Frontiers. Migliore di alcune svogliate uscite a contratto e peggiore rispetto a prodotti di natura più articolata e sofferta, “Robin Red” è un disco che scorre via liscio e perfetto per presentare – prima ancora che dodici nuove tracce – la personalità solista di un cantante disinvolto, in grado di interpretarle con un misto azzeccato di indiscutibile bravura e verosimile passione (“Freedom”). All’ascoltatore l’arduo e dolcissimo compito di decidere in quale misura la sua attenzione debba suddividersi tra una premessa interessante ed uno svolgimento dignitoso.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Don’t Leave Me (With A Broken Heart) 02. (I’m A) Bad Habit 03. Everlyn 04. Freedom 05. Midnight Rain 06. Can’t Get Enough 07. Reason To Survive 08. Heart Of Stone 09. Nitelife 10. Head Over Heels 11. Living Dead 12. Living For
Sito Web: facebook.com/robinredericsson

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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