Orphaned Land – Recensione: Unsung Prophets & Dead Messiahs

Tra prog, musica etnica ed incursioni più propriamente metal: il nuovo album degli israeliani Oprhaned Land conquista. Un viaggio tra la polvere del tempo, dove il suono di una cultura millenaria emerge dalla sabbia, e gronda ancora del sangue dei secoli e delle lotte passate. Presenti e – con molta probabilità – future.

Una storia che riprende un discorso interrotto quasi 5 anni fa, con “All Is One” e che ancora una volta cerca di raccontare una terra diversa , possibile, che però spesso e volentieri non ha ascoltato profeti e messaggeri di pace. Un disco dove vengono anche sottolineate le storture messe in atto da certi media, puntando verso “l’esterno dei fatti” e non mirare al “cuore della notizia”. Un disco per raccontare grandi drammi dimenticati, per donare voce e spazio a chi non ne ha. E allora lì il canto di Kobi Farhi diventa intenso e credibile.

In una canzone densa di pathos come “All Knowing Eye” è proprio la voce del cantante israeliano a domandarsi “When fathers fail, the children – will they rise?”. Un domanda lecita, per chi vive la quotidianità di una vita spaccata e messa alla prova da fragili equilibri e terre aride reclamate da secoli. Una canzone intensa, che cresce e che lascia senza fiato per intensità e potere drammatico.  “Chains Falls To Gravity”, che suona in certi frangenti quasi come una canzone dei vecchi Porcupine Tree, ma poi con un coro intenso conduce verso un crescendo di intensità ed emozioni: “Go forth and be all you can be.  So you can see the path ahead.”. Non male “Like Orpheus”, canzone up-tempo dove partecipa Hansi Kürsch dei Blind Guardian ma che sembra quasi essere slegata dal contesto dei nostri apparendo quasi più “tedesca”. Decisamente superiore la storia raccontanta nel video dove viene narrata una storia di “ordinaria unione” da parte di due popoli apparentemente incapaci di trovare una piattaforma di pace condivisa.

Convince di più della precedente “Left Behind”,  con un ritmo incalzante e con trame di chitarra stratificate e decise. Cupa  “My Brother’s Keeper”, una canzone dove il tema del rifiuto della cura e dunque della prossimità e della fratellanza diventano centrali. Partendo da un “novello Caino” (“Sono forse io il custode di mio fratello?” ), la canzone si interroga sulla possibilità di raggiungere il cuore nonostante le difficoltà di una realtà inquinata e che ci rende incapaci (per nostra colpa?) di amare ed agire senza ottenere nulla in cambio.   Arriviamo verso la fine dell’album con l’intensa “Only The Dead Have Seen The End Of The War”, dove la radice metal è decisamente più presente e scarica la rabbia che confluisce nella finale “The Manifest – Epilogue”.

Pesa un poco l’uscita di Yossi Sassi (chitarrista che ha scelto dal 2014 la via di nuovi orizzonti musicali), ma la pasta delle composizioni dei nostri è comunque valida.  Per la cronaca: nel disco sono presenti anche Steve Hackett (ex Genesis solo su “Chains Fall to Gravity”), e Tomas Lindberg (At The Gates). Un disco valido, emozionante e di sicura presa, forse leggermente inferiore alle mie molte aspettative, ma di certo non deludente.

Voto recensore
7
Etichetta: Century Media

Anno: 2018

Tracklist: 1. The Cave 2. We Do Not Resist 3. In Propaganda 4. All Knowing Eye 5. Yedidi 6. Chains Fall To Gravity 7. Like Orpheus 8. Poets Of Prophetic Messianism 9. Left Behind 10. My Brother’s Keeper 11. Take My Hand 12. Only The Dead Have Seen The End Of War 13. The Manifest – Epilogue
Sito Web: http://www.orphaned-land.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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