Deep Purple – Recensione: Machine Head

Parlare di “Machine Head” (sesto album ufficiale dei Deep Purple, ma terzo del Mark II con Gillan e Glover, al posto dei dimissionari e meno noti Evans e Simper), non è così facile…Innanzi tutto, bisognerebbe considerare l’impatto socio-psico-economico che quest’album ha avuto sul mondo della discografia globale e non solo…

Se i precedenti (e primi due album del Mark II) “In Rock” e “Fireball” avevano gettato le basi per quel che sarebbe venuto, di lì in poi, con “Machine Head”, possiamo dire che i Deep Purple abbiano decisamente esagerato. Lasciate alle spalle le digressioni lisergiche come “Child In Time” e “Fools” o le cavalcate rock del calibro di “Speed King” e “Fireball”, i cinque dell’ Hertfordshire, nel dicembre del 1971 decidono di portare il tutto al livello successivo, affittando uno studio mobile (di proprietà dei Rolling Stones) e insediandosi al Casinò di Montreaux (bruciato, di lì a poco, durante un concerto di Frank Zappa) e, successivamente ricollocandosi nel Gran Hotel lì vicino, che si affacciava sul lago di Lemano (o Lago di Ginevra), in Svizzera.

Quel che ne consegue, sui solchi che, poi, diventeranno questo “Machine Head”, sono canzoni che hanno aperto lo sguardo e le menti di migliaia di appassionati, su di un mondo, fino ad allora, quasi sconosciuto o inconcepibile. Quel che “Machine Head” ha rappresentato è, per i Deep Purple, un successo mondiale, per gli ascoltatori, un’apertura verso una matrice hard rock, fino a quel momento impensabile e, per le altre band contemporanee e pari genere, una possibilità di affacciarsi su di un mercato più vasto.

Durante le sessioni, dove centinaia di metri di cavi entravano nei meandri dell’ Hotel, i Deep Purple sono riusciti a creare capolavori istintivi (semplicemente perché non volevano percorrere avanti e indietro le distanze che li separavano dallo studio per ascoltare quanto appena inciso) come l’opener “Highway Star”, brano dove Ritchie Blackmore esprime al meglio l’idea di cavalcare una macchina lanciata in una folle corsa sull’autostrada, con i suoi assoli incalzanti e frenetici.

Immediatamente dopo, abbiamo forse il pezzo meno ispirato del lotto, il mid-tempo “Maybe I’m ALeo”, che però esprime tutta l’anima bluesy del combo inglese seguito dalla sorprendente “Pictures Of Home”, brano che porto i membri della band a pensare che Gillan stesse soffrendo la reclusione in Svizzera, viste le liriche proposte (aquile, neve ecc..). Il risultato, però, è una canzone spettacolarmente onnicomprensiva, dove, oltre l’apporto del testo semidelirante del cantante, la band fornisce una prova di assoluto spessore, con assoli alternati da parte di tutti gli strumenti. Da qui si passa a “Never Before”, primo ed unico (a discapito di altre ben più conosciute composizioni qui presenti) singolo dell’album, un quasi boogie, dal ritmo crescente ed accattivante.

“Smoke On The Water” non ha bisogno di presentazioni: il riff più conosciuto sulla faccia della terra insieme al testo che descrive ciò che successe durante il famigerato concerto di Frank Zappa al Casinò di Montreaux, quel 4 dicembre. Roger Glover, si sarebbe alzato il giorno seguente , stando alla leggenda, gridando “Fumo sull’acqua” proprio pensando all’accaduto e dando, così, quasi inconsapevolmente il titolo ad una delle canzoni rock più conosciute sul pianeta. Stiamo entrando nel puro mito…

Il finale dell’album, poi, è affidato ad una coppia di canzoni senza eguali. “Lazy” stupisce per il lavoro strumentale: il pezzo parte con un’ intro di tastiera a cui fa subito eco il riff principale di chitarra. Da qui in poi, il brano è un costante rincorrersi tra i due strumenti prodigati in fughe alla Bach e stop che ricalcano le strutture più utilizzate nel blues.

L’ultima traccia è l’esperienza ultraterrena di “Space Truckin’ ”, dove il quintetto esplora, con un ritmo ossessivo, le galassie siderali, forte di un giro fondato su di un unico riff solido e granitico che sfocia in un break batteristico, che fa da apripista ad un finale in crescendo, pur essendo sfumato. Un finale degno dell’idea dei cinque Deep Purple, di cercare di stupire a tutti i costi e destabilizzare, pur rimanendo entro determinati confini, la forma-canzone abitudinaria.

Etichetta: EMI

Anno: 1972

Tracklist:

01. Highway Star
02. Maybe I'm a Leo
03. Pictures of Home
04. Never Before
05. Smoke On The Water
06. Lazy
07. Space Truckin'


Sito Web: http://www.deeppurple.com

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