Billy Idol – Recensione: Kings & Queens Of The Underground

A 58 anni suonati, Billy Idol è un rocker “arrivato”. Non finito, attenzione, arrivato. In oltre tre decenni il nostro Billy è diventato una leggenda, ha scritto pagine di storia del rock. Come ogni bravo inglesino degli anni’70 è cresciuto con il punk, poi ha conosciuto la gloria nei mitici eighties grazie a quel suo pop/rock sfacciato e accattivante che prendeva spunto tanto dalle sue origini quanto dal fervido movimento new wave del periodo.  Nella seconda metà degli anni’90 inizia il declino, le crisi depressive, la dipendenza dall’eroina che lo porta quasi alla morte per overdose nel 1994. Superato quel periodo, Billy si dedica a collaborazioni in campo musicale e cinematografico, mentre il nuovo studio album, il modesto “Devil’s Playground”, vedrà la luce solo nel 2005.

Sono passati nove anni da allora (escludiamo il bieco “Happy Holidays”, innocuo dischetto del 2006 che rivisitava canti natalizi) ed eccolo di nuovo, dopo numerosi concerti che hanno toccato anche il nostro paese e con la voglia di dire ancora la sua. Ecco, adesso torniamo a quell’”arrivato” con cui abbiamo iniziato l’articolo. “Kings & Queens Of The Underground” non è soltanto il tentativo di dare un’ultima strizzata a un’icona del rock prima del pensionamento, piuttosto un gradevole disco di un musicista che il meglio lo ha già dato. Siamo realisti, sarebbe stato un po’ pretenzioso aspettarsi un capolavoro. “Kings & Queens Of The Underground” è un album un pizzico plastificato (d’altronde lo ha prodotto Trevor Horn…) ma tutto sommato sincero, dove Billy non graffia come una volta ma ci fa capire che è sempre tra noi. E lo fa  con una certa galanteria, con brani ricchi di melodia, intimità e anche un’autocelebrazione nemmeno malcelata. D’altronde è la stessa titletrack che nel testo cita i suoi più grandi successi e parla degli anni d’oro. Anni da tenere d’acconto e mettere in gloria ma che non torneranno più.

Si parte con “Bitter Pill”, brano piuttosto energico e memore della sua tipica ibridazione tra il punk e il pop degli anni’80, certo privo degli slanci di quel periodo ma abbastanza ficcante. Potrebbe stupirvi per quanto è sornione il singolo “Can’t Break Me Down”, che Trevor Horn ha provveduto a laccare per benino (preparatevi a un fottio di passaggi radiofonici), ma già la successiva “Save Me Now”, garbata e molto wave, riporta la credibilità su buoni livelli. C’è un po’ di grinta e tanta malinconia in questo album, ci sono pezzi tosti che rileggono inevitabilmente il passato come “Postcards From The Past” (che omaggia più che sentitamente “Rebel Yell” e “White Wedding”) e “Whiskey And Pills” una canzone molto personale e piuttosto energica. Naturalmente ci sono anche le ballad. Tante, forse troppe, qualcuna fine a sé stessa (“Eyes Wide Shut”) e altre meglio riuscite, come appunto la titletrack, sorta di riflessione retrospettiva che introduce numerosi elementi sinfonici, oppure la delicata “Ghosts In My Guitar”.

Kings & Queens Of The Undeground”, ripetiamolo, è il lavoro di un artista che ne ha ancora di frecce al suo arco, ma inevitabilmente vive anche di luce riflessa, che arriva da un passato fin troppo grande. Godiamocelo quindi per quello che è, un disco onesto e piacevole dove la ribellione di una volta è stata fisiologicamente trasformata dallo scorrere del tempo.

Voto recensore
7
Etichetta: BFI Records

Anno: 2014

Tracklist:

01.  Bitter Pill
02.  Can’t Break Me Down
03.  Save Me Now
04.  One Breath Away
05.  Postcards From The Past
06.  Kings & Queens Of The Underground
07.  Eyes Wide Shut
08.  Ghosts In My Guitar
09.  Nothing To Fear
10.  Love And Glory
11.  Whiskey And Pills


Sito Web: http://billyidol.net/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Capitan Andy 74

    premetto che non ho mai seguito Billy Idol negli anni 80 perche’ l’ho sempre considerato troppo alla moda con quel connubbio spudorato tra pop dance ,rock e new age….un mio caro amico mi ha fatto ascoltare pero’ piu’ volte il promo di questo nuovo album e devo dire che Billy e’ come il buon vino…piu’ invecchia piu’ migliora! Con l’aiuto del fenomenale chitarrista Steve Stevens da devil’s playground in poi e’ riuscito a proporre un sound molto piu’ hard che in passato giovando fortemente anche alle vecchie hits che in sede live ora spaccano di brutto!!!…Il Billy Idol del duemila e’ riuscito quantomeno a modernizzarsi nel verso giusto e consiglio questi due album a qualsivoglia nuovo o invecchiato metal kid! una grande nota di merito va poi a Steve che ha scritto
    una valanga di grande musica con diversi artisti dimostrando di essere un fenomenale chitarrista paragonabile solo ai piu’ grandi guitar hero del genere!!!…bravi….davvero bravi!!!

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  2. valter

    Buonissimo disco,con qualche richiamo anche alla new wave anni 80 ma con una produzione moderna.
    Steve stevens al solito straordinario chitarrista.
    La sferzata hard rock di devil’s playground a me personalmente era parecchio piaciuta,mentre qui si ritorna un po alle melodie più radiofoniche ma secondo me con ottimi risultati.
    Se proprio devo trovare una pecca al disco dopo una prima parte ottima arriva una seconda parte bella ma con qualche ballad di troppo…
    In ogni caso magari uscissero più spesso dischi del genere!!!
    Grande Billy!

    Reply

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