Root – Recensione: Kärgeräs – Return From Oblivion

I Root, band della Repubblica Ceca con quasi 30 anni di storia sulle spalle, sono a tutti gli effetti annoverabili tra i prime movers della scena black metal e per la particolarità di averne modificato il canale espressivo in modo personale. Dopo gli esordi più vicini agli stilemi del genere, il gruppo ha infatti individuato una propria formula utilizzando soluzioni di stampo hard’n’heavy, ariosi passaggi epici a base di tastiere e chitarra acustica nonché i progressivo abbandono dello screaming a favore del pulito baritonale da parte del leader Big Boss (al secolo Jiří Valter – 64 anni e non sentirli).

Nonostante l’evoluzione stilistica, i Root sono comunque rimasti ancorati alle tematiche di carattere occulto e antireligioso che caratterizzarono il movimento black metal nei primi anni di vita. Big Boss è stato inoltre fondatore della sede ceca della Chiesa di Satana di Anton LaVey, sebbene successivamente ne abbia demandato la guida, tornando ad occuparsi principalmente di musica.

I veterani si sa, meritano rispetto e altrettanto l’indistruttibile vocalist, che nel corso degli anni ha visto avvicendarsi numerose line-up dietro sé, mantenendo una grande fiducia ed entusiasmo nel progetto. Un entusiasmo che certo traspare anche nel nuovo “Kärgeräs – Return From Oblivion”, un album che tuttavia tradisce le aspettative che si erano create attorno al culto dei Root, autori di una discografia non sempre impeccabile ma interessante.

Siamo di fronte a un punto basso, un platter che infila dieci tracce che non decollano a causa delle variazioni ritmiche quasi assenti e alla scelta di passaggi fin troppo lenti e ricorsivi, raramente ficcanti come vorrebbe l’alone epico che caratterizza il gruppo. Big Boss alterna il suo emozionante pulito a parti di voce gutturale tenendo in piedi il tutto, ma da solo non basta ad allontanare il senso di noia.

Ci sono alcune buone eccezioni, ad esempio “Moment Of Fright”, anch’essa dall’incedere monocorde ma dotata di un effetto corale intenso e di un refrain marziale, la ballad acustica “Moment Of Hope”, dalle atmosfere vagamente medievali e ancora “Do You Think Is It The End?” che recupera i riff sporchi e vorticosi tipici del black accostandoli ad emozionanti passaggi epici.

In definitiva un disco che non decolla, dove troppi sono gli episodi privi di slancio.

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Voto recensore
5
Etichetta: Agonia Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. Life Of Demons 02. Osculum Infame 03. Moment Of Fright 04. The Book Of Death 05. Black Iris 06. Moment Of Hope 07. The Key To The Empty Room 08. New Empire 09. Up To The Down 10. Do You Think Is It The End?
Sito Web: http://www.rootan.net/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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