Bethlehem – Recensione: Hexakosioihexekontahexaphobia

Hexakosioihexekontahexaphobia (i dettagli), ovvero “paura del numero seicentossessantasei”. Un titolo significativo per il nuovo e attesissimo album dell’inquietante Jürgen Bartsch (attualmente chitarrista, bassista e mastermind del progetto), che risveglia l’irrazionale timore  per l’Anticristo descritto nel verso 13:18 dell’Apocalisse di Giovanni,  richiamata nel primo brano del platter.

Sono passati ben dieci anni da “Mein Weg” (escludiamo la rilettura dell’immenso “S.U.I.Z.I.D.” – la recensione – uscita nel 2009), a giudizio di chi scrive un ascolto buono ma non eccezionale e dunque aspettavamo questo nuovo lavoro con grande curiosità. I Bethlehem sono attivi dal 1991 e reali pionieri dell’ibridazione tra black metal e sostanze musicali differenti che spaziano tra doom, gothic, elettronica, fatte ribollire in un calderone miasmatico.

Hexakosioihexekontahexaphobia è un disco particolare, fuorviante sotto molti aspetti. Non percepiamo l’agonia, non ci sono urla di rabbia e imprevedibilità. Tutto rimane legato al sostrato lirico fatto di paura, depressione, pazzia, a cui la band è devota, eppure è come se questa volta Jürgen abbia deciso di percorrere un sentiero più tranquillo, sfornando un album ben fatto ma non sorprendente. La nuova creatura si presenta con un’anima melodica e arrendevole, l’elemento black è senza dubbio percepibile nelle chitarre pungenti ma non ferisce. Sono preferiti lunghi passaggi arrendevoli e debitori a un depressive rock introspettivo ed orecchiabile. Insomma, all’ascolto manca quel bilanciamento tra genio e follia che aveva reso i Bethlehem straordinari.

La prova non è da buttare e il piatto è comunque piuttosto ricco. Vincono i tempi medi, un’anima nera e tormentata spezzata dai ritmi doom che riportano a terra i brevi momenti esplosivi dei brani (“Nazi-Zombies Mit Tourette-Syndrom”, “Verbracht In Plastiknacht”), dove tutto è irrorato da synth profondi e melodici, dall’uso sporadico di cori monastici e d’effetto che si combinano alla voce del bravo Schmied, che alterna tonalità growl perfettamente comprensibili ad ampie parti di pulito profondo ed emozionante.

Non è un caso che brani come “Ich Aß Gern’ Federn” e “Antlitz Eines Teilzeitfreaks” abbiano dalla loro un’orecchiabilità non sospetta che va a edulcorare il loro lacrimevole intimismo, lasciandoci con episodi assolutamente godibili ma senza il tocco di follia dei bei tempi. Il nuovo sigillo dei Bethlehem è soltanto un buon disco. Se stessimo parlando di un gruppo al suo esordio avremo potuto essere anche molto più generosi, ma da loro, soprattutto dopo dieci anni, avremmo voluto di più. Alla fine è anche un bell’accontentarsi, ma resta un po’ di amaro in bocca.

 

Voto recensore
7
Etichetta: Prophecy Productions

Anno: 2014

Tracklist:

01.  Ein Kettenwolf Greint 13:11-18
02.  Egon Erwin’s Mongo-Mumu
03.  Verbracht In Plastiknacht
04.  Gebor’n Um Zu Versagen
05.  Nazi Zombies Mit Tourette-Syndrom
06.  Spontaner Freitod
07.  Warum Wurdest Du Bloß Solch Ein Schwein?
08.  Höchst Alberner Wichs
09.  Ich Aß Gern’ Federn
10.  Letale Familiäre Insomnie
11.  Kinski’s Cordycepsgemach
12.  Antlitz Eines Teilzeitfreaks


Sito Web: https://www.facebook.com/bethlehemasylum

andrea.sacchi

view all posts

Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login