Dust – Recensione: Hard Attack

Andando a rovistare fra le uscite discografiche più o meno “minori” del passato, ci sono certi album che hanno un’influenza sulla musica successiva e un’attualità veramente sconcertante. Cinquant’anni fa usciva un disco che a tutti gli effetti può essere considerato anticipatore di tantissimo heavy metal successivo, in un periodo storico in cui il genere non era ancora esistente, o perlomeno del tutto codificato, e nello specifico ne andava ad anticipare il lato più epico ed evocativo. Il disco in questione è il secondo lavoro dei Dust, band statunitense nata nel 1969 e formata dai giovanissimi Richie Wise a chitarra e voce, Kenny Aaronson al basso e Marc Bell alla batteria. Dopo un ottimo debutto omonimo uscito nel 1971 all’insegna di un hard rock blues a tinte cupe, sarà il loro secondo lavoro, questo Hard Attack del 1972, a farli entrare nella leggenda.

L’intro acustica di “Pull Away” anticipa la proto metal “So Many Times”, brano potentissimo e articolato, dalla chitarra incalzante e dall’incredibile lavoro di basso e batteria, sempre in movimento, nonché una linea vocale estremamente evocativa. “Walk in the Soft Rain” mostra il lato più melodico della band, pur con la consueta grande mobilità della sezione ritmica e la produzione di notevoli riff. Si prosegue con la delicata “Thusly Spoken”, probabilmente l’episodio più soft dell’intero album, ma la bordata di “Learning to Die” mostra in pieno la potenza e la portata innovativa della band: un brano travolgente, che oggi non esiteremo un attimo a definire epic metal, contenendo in nuce un po’ tutto ciò che questo filone del metal ha prodotto. Riff potentissimo, linea vocale realmente epica, stacco centrale rallentato dalle tinte cupe, e in generale un’atmosfera che non può non aver pesantemente influenzato gente come Eric Adams e Joey De Maio, tanto che se il pezzo in questione fosse contenuto in uno dei primi album dei Manowar, nessuno non avrebbe da dire nulla. Altro assalto pre metal è costituito da “All in All”, in cui le riminiscenze sixties vengono velocizzate e indurite a dismisura. Dopo la pausa acustica di “I Been Thinkin”, a indicare la libertà creativa di quegli anni, arriva la tiratissima cavalcata strumentale “Ivory”, l’heavy metal del 1972. Può a questo punto spiazzare il soul dal sapore stonesiano di “How Many Horses”, ma ricordiamoci che al tempo era una prassi abbastanza normale spaziare liberamente fra diversi generi. Chiude il disco la serratissima “Suicide”, che si potrebbe quasi definire il thrash metal di quegli anni, con un assolo di basso distorto che probabilmente De Maio ha imparato a memoria. A suggellare il tutto la straordinaria copertina del mitico Frank Frazetta, autore fra gli altri, di cover di Molly Hatchet, Nazareth, Malmsteen e Wolfmother. che coi suoi guerrieri vichinghi in lotta rappresenta al meglio le atmosfere di questo Hard Attack.

Il lavoro in questione sarà purtroppo l’ultimo dei Dust, anche se i musicisti coinvolti non resteranno con le mani in mano: Wise produrrà i primi lavori dei Kiss (peraltro fans dei Dust), Aaronson sarà il bassista dal vivo o in studio di gente come Bob Dylan, Tony Iommi, Jhonny Winter, Derringer, Axxis, Sammy Hagar, Blue Oyster Cult, Billy Squier, Joan Jett, Billy Idol e moltissimi altri. Marc Bell entrerà nel giro del nascente punk newyorkese e nel 1978 entrerà nei Ramones col nomignolo di Marky Ramone.

Resta un lascito di portata enorme, di uno di quelli che a pieno titolo possono fregiarsi della definizione di disco di culto, che hanno contribuito in modo determinante a creare e definire un genere musicale. Chi dovesse cercare le origini dell’epic metal (ma più in generale di tantissimo heavy metal successivo) non può prescindere dall’ascolto di questo Hard Attack, che ne costituisce una sorta di atto fondativo.

Etichetta: Kama Sutra Records

Anno: 1972

Tracklist: 01. Pull Away/So Many Times 02. Walk in the Soft Rain 03. Thusly Spoken 04. Learning to Die 05. All in All 06. I Been Thinkin 07. Ivory 08. How Many Horses 09. Suicide

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