The Pretty Reckless – Recensione: Going To Hell

E bravi i The Pretty Reckless. Dopo un album di debutto di buon successo, ma senza dubbio favorito dalla personalità, dalla fisicità e dal passato come attrice della cantante Taylor Momsen la band deve aver lavorato ancora più sodo e con questo nuovo “Going To Hell” riesce a confezionare un’opera dalle tinte multiformi che pesca a mani basse dalla tradizione rock e la condensa in una manciata di canzoni dotate dell’immediatezza del pop, ma allo stesso tempo cariche dell’emotività tipica dell’hard rock più viscerale.

Un singolo come “Going To Hell” è senza dubbio capace di bucare qualsiasi playlist e l’immaginario trasgressivo presentato non esaurisce il discorso artistico (come troppo spesso accade), ma serve più che altro ad attirare l’attenzione sulle belle doti d’interpretazione del gruppo e soprattutto della stessa Taylor Momsen. La cantante si mette in mostra infatti non solo per l’immagine forte da fashion bad girl, ma soprattutto per la bella voce corposa e dalla timbrica particolare, abilmente modulata su tonalità diverse: seducente sulle tonalità basse e bluesy, graffiante nelle urla più rock e straordinariamente espressiva nei momenti più vicini alla tradizione country.

Scegliere come secondo singolo una song cantabile e dall’incedere marziale come “Heaven Knows”  (qui il video) è stata sicuramente una mossa azzeccata, ma che potrebbe dare l’impressione errato di trovarsi di fronte ad un album pensato per buttarsi sul commerciale più easy.

Ascoltato per intero invece “Going To Hell” presenta più di una sorpresa e, soprattutto per ciò che concerne il songwriting, i The Pretty Reckless si fanno apprezzare grazie ad un gusto sopra la media e per una diversificazione inaspettata.

Un brano hard rock classico come “Follow Me Down” viene infatti prontamente bilanciato da una ballata dalle tinte intimiste come “House On The Hill” (vicina alla tradizione cantautorale del rock americano), ma già un brano come “Sweet Things” ci riporta vicini all’hard rivisitato tipico della scena rock degli anni novanta.

Dopo cinque brani così azzeccati era quasi fisiologico che il disco non potesse tenere la stessa qualità, ed in effetti un piccolo calo d’intensità si registra, se pur non drammatico. Un paio di inserti acustici di troppo (a nostro gusto) e un brano dall’incedere decisamente pop come “Blame Me” non tolgono probabilmente grande qualità complessiva, ma rischiano di far scendere l’impatto rock del disco sotto i livelli di guardia per un certo tipo di pubblico.

Fortunatamente ci pensano due song dal piglio moderno come “Why’d You Bring A Shotgun To The Party” e la bella, anche se un po’ generica, “Fucked Up World” a tirar su l’insieme prima del finale ancora lasciato alla ballata acustica, dal gusto chiaramente country, “Waiting For A Friend”.

Nel complesso “Going To Hell” non sarà certo un capolavoro epocale, ma si inserisce nella tradizione dei dischi rock perfettamente centrati sull’obiettivo e dal potenziale commerciale enorme, nato dall’ispirazione di una band con qualcosa da raccontare e tanta voglia di esprimersi, ma anche confezionato al meglio dal punto di vista dei suoni e degli arrangiamenti. Ancora una volta complimenti.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Razor & Tie

Anno: 2014

Tracklist:

01. Follow Me Down
02. Going To Hell
03. Heaven Knows
04. House on a Hill
05. Why’d You Bring a Shotgun To The Party
06. Sweet Things
07. Burn
08. Blame Me
09. Dear Sister
10. Absolution
11. Fucked Up World
12. Waiting For a Friend


Sito Web: https://www.facebook.com/theprettyreckless?fref=ts

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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