Goblin Rebirth – Recensione: Goblin Rebirth

La magia degli anni ruggenti si sa, tende a svanire quasi in maniera fisiologica e molte band storiche si trovano a dover fare i conti con il passare del tempo, spesso indecise tra il riproporsi e l’adattarsi alle nuove tendenze. Il nome dei Goblin è indissolubilmente legato a una certa cinematografia italiana, quando i nostri siglarono un connubio con le opere di Dario Argento, entrando di fatto nella rosa dei pionieri di quel “dark progressive” che in Italia trovò molti validi esponenti.

Difficile immaginare “Profondo Rosso” o “Suspiria” senza quelle lugubri melodie di fondo che tutti conoscono a memoria. I Goblin erano stati in grado di creare un perfetto parallelismo tra musica e immagini, legando a doppia mandata l’una alle altre. Pretendere che i “nuovi” Goblin Rebirth possano fare lo stesso sarebbe un po’ troppo, ma la qualità dell’omonimo album dell’incarnazione guidata dall’ex sezione ritmica di Fabio Pignatelli (basso) e Agostino Marangolo (batteria) è elevata, su questo non si discute.

I Goblin Rebirth riportano in auge quel concetto di progressive sintetico, in parte occulto e misterioso che ne aveva distinto gli anni d’oro, senza dimenticare che i tempi attuali richiedono anche ricerca e capacità di sapersi rinnovare. Platter quasi totalmente strumentale (ma la voce di Roberta Lombardini su un pezzo d’ambiente come “Forest” fa davvero la sua figura), “Goblin Rebirth” propone otto tracce dove le sonorità degli anni ’70 e ’80 riemergono sornione e ci avvolgono con quell’alone di mistero per l’appunto “gobliniano”, che ha creato un trademark e influenzato le generazioni a venire.

Si comincia con un brano sibilante come “Requiem For X”, che nelle diaboliche trame di tastiera tessute da Aidan Zammit e Danilo Cherni, qualche brivido ce lo mette eccome. “Back in 74” (anche il titolo lo lascia intuire) è un viaggio nel progressive sfuggente e psichedelico di quel grande decennio, dove si distingue la chitarra di Giacomo Anselmi, che non disdegna suoni incisivi e relativamente più moderni. E infatti la successiva “Book Of Skulls”, pur mantenendo intatte le caratterisitche del gruppo, si figura come un brano di presa e al passo con i tempi, forte di una melodia epica e ficcante.

Molto buone le nostre impressioni nella seconda parte del disco, dove possiamo citare la “robotica” “Evil In The Machine”, sorta di trait d’union con sonorità à la Kraftwerk, la citata “Forest”, un brano dai suoni diluiti ma accattivante e l’ottima “Dark Bolero”, una emozionante “danza macabra” accompagnata dalle note del violoncello di Francesco Marini e dalle percussioni di Arnaldo Vacca, guest per l’occasione.

“Goblin Rebirth” è un viaggio a ritroso nel sound del progressive italiano, un tributo che la band in fondo indirizza a sè stessa, ma un omaggio onesto, coerente e ben realizzato.

Voto recensore
7
Etichetta: Relapse Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Requiem For X
02. Back In 74
03. Book Of Skulls
04. Mysterium
05. Evil In The Machine
06. Forest
07. Dark Bolero
08. Rebirth


Sito Web: https://www.facebook.com/Goblin.Rebirth

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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