Ethernity – Recensione: The Human Race Extinction

“Da grande voglio essere come i Symphony X”. Sintesi estrema di una recensione che vuole unire critica, analisi e visione “in prospettiva”. Prendete “The Divine Wings Of Tragedy”, regalategli qualche anno in più di vita, aggiornate al 2018 le trame e trovate in una voce femminile la vera marcia in più da presentare a presunti fan, ed il gioco è pressoché fatto. ecco “The Human Race Extinction”.

Gli Ethernity da Vedrin, Belgio, arrivano con un nuovo album nella speranza di conquistare far e dipendenti dal “suono della X” americana. Le canzoni funzionano, reggono gioco di 14 tracce ma non sono quello di cui abbiamo bisogno. Troppo evidente l’impronta dei Symphony X nelle trame di chitarra, nell’impasto vocale dei cori e nell’utilizzo di certi suono di tastiera che raccordano tutta la proposta power – progressive degli Ethernity.

È il disco perfetto per chi non può più attendere il ritorno della band degli States, per chi non riesce a togliere dal lettore cd o dal player dello smartphone (mi sto evolvendo pure io nda.) “Twilight In Olympus” o “Paradise Lost”. Tutto formalmente perfetto con belle e costruite canzoni, ma distante e poco emozionante. L’impegno è evidente nella ricerca di una melodia dignitosa e vincente, ma il premio non viene mai raggiunto. Colpa del “già sentito” di una freschezza di songwriting latitante nonostante le evidente buone intenzioni dei nostri.

La band dei fratelli Spreutels (batteria e tastiera con un terzo Spreutels, cugino, al basso) non graffia e rimane uguale ai suoi idoli senza andare ad affondare le mani nel “torbido” del rischio compositivo. Tutto molto bello, preciso, impacchettato a dovere. Ma freddo da morire.

Qualcosa di buono c’è, senza dubbio alcuno. Per esempio il mid-tempo di “Redefined”, per quanto dogmatico, riesce e dare una impennata di passione. Complice anche la voce graffiante della singer Julie Collin, la canzone rimane quasi sospesa in un limbo dove le passate influenze dei nostri non hanno eccessivamente peso. Come fosse una buona canzone, davvero. Tanti anche gli ospiti (Tom S. Englund e Mark Basile dei DGM), ma niente cambia in maniera definitiva le sorti di un disco ingessato.

E dannatamente lungo.

L’impegno è lodevole, l’intensità è sicuramente da premiare così come la determinazione di uscire da una terra famosa per tutto tranne che per l’heavy metal. Le frites, i waffle, i ciclisti e le grandi classiche. E poi ovviamente le birre. Ma l’heavy metal no, almeno a determinati livelli. Certo lo spirito di resilienza dei nostri è notevole, uscendo dal bozzolo per aprirsi ad un’etichetta tedesca ed un produttore italiano ( il nostro bravo Simone Mularoni ). Ci vuole testa e determinazione, senza dimenticare gomiti affilati ed una buona dose di “fattore C”.

Un album pigro dal punto di vista del coraggio, ma in divenire dal punto di vista tecnico. Poco emozionante, troppo lungo e dannatamente freddo. Le emozioni non abitano in queste note. Come trovarsi di fronte all’iceberg che ha affondato il Titanic. Un’anima che nelle 14 canzoni (12 più intro e breve strumentale nel mezzo) presenti non decolla mai. Le buone canzoni ci sarebbero pure (“The Prototype”, “Grey Skies” e “Not The End”), ma c’è tanto da lavorare per costruire davvero una alternativa concreta per gli Ethernity.

Più che una bocciatura, questa recensione vuole essere una frustata positiva. Le qualità ci sono cari Ethernity, trovate una strada dove correre da leader e non da gregari.

Voto recensore
5,5
Etichetta: AFM Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Initialization 02. The Human Race Extinction 03. Mechanical Life 04. Grey Skies 05. Beyond Dread 06. Artificial Souls 07. Redefined 08. Rise Of Droids 09. Mark Of The Enemy 10. The Prototype 11. Not The End 12. Warmth Of Hope 13. Chaos Architect 14. Indestructible
Sito Web: https://www.facebook.com/ethernityband

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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