Botanist – Recensione: Ecosystem

Definizione di “pagliacciata”: messinscena clamorosa, offensiva del buon gusto.

Nel music business, ne abbiamo viste di tutte. Abbiamo visto rock band che vendono preservativi di marca, musicisti cristiani che suonano la famosa “musica del demonio”, disc jokey che vengono pagati di più di altri musicisti e Donald Trump stringere accordi con la Corea del Nord: una di queste assurdità è il “black metal acustico”, ma considerando la risma di questi personaggi, che a volte arrivano ad affermare di avere ragione solo loro, che male ci può fare qualche strimpellatore di chitarre acustiche che vomita in un microfono male settato? O strimpellatore di dulcimer, in questo caso?

La situazione parla da sola: dagli Stati Uniti, Botanist è il progetto solista del musicista Otrebor (il cui nome non ci è dato sapere), che dal 2011 sforna demo arbitrariamente definiti “album” a cadenza costante. Il materiale in questione consiste in una batteria presa da una libreria web, fortemente editata e manipolata al computer (non date retta al personaggio che lo nega, nella musica, underground o meno, le menzogne e le mezze verità abbondano) e arrangiamenti di dulcimer martellato che suonano come una mini-orchestra. Per chi non lo sapesse, il dulcimer è un tipo di salterio (strumento musicale acustico antico a corda) diffuso negli Stati Uniti, ri-adattato secondo le esigenze dei musicisti (nel mondo ne esistono molteplici versioni nazionali) che si può suonare con le dita, con un martelletto o con un plettro: fra i vari musicisti che lo usarono, uno dei più famosi è la cantante folk Joni Mitchell. Negli album successivi, comunque, vennero progressivamente inclusi anche un basso e… ovviamente, delle chitarre elettriche (sbugiardando quindi la controparte “acustica”). Insomma, altro che Judas Iscariot, Xasthur e Striborg, questa è la vera frontiera del “black cantatuoriale”.

Lasciando da parte gli scherzi, va detto che tutti gli album del progetto erano buoni, ascoltabili o addirittura ottimi, nel caso di “Collective: The Shape of He to Come”. L’ultima pubblicazione del progetto, Ecosystem”, segue maggiormente una strada psichedelica e soft, vicina ad un certo indie rock/post-punk di gruppi come Slowdive o dei Bethlehem nell’ultimo disco. Cominciare con un disco amatoriale e spontaneo come il debutto e finire con perle compositive come “Alluvial” e “Sphagnum” non è da tutti. Tutte le tracce seguono fraseggi aperti di chitarra elettrica e dulcimer, con l’occasionale presenza di basso nel mix, creando un sound sottile e certamente lontano dal metal, nonostante l’incedere potente di “Harvestman”, specialmente le tracce di batteria. “Disturbance” presenta accenti irregolari, spesso in 5/8, “Acclimation” arresta il giudizio con le proprie sincopi micidiali, e “Abiotic”, l’unica canzone senza cordofoni elettrici, suona come un mantra misterioso.

Una battuta classica che potrebbe venire fuori in questo caso sarebbe: “Gruppo consigliato maggiormente ai seguaci di Greta Thunberg”. Fortunatamente, in “Ecosystem” c’è sostanza, oltre che tanta finzione. Sebbene tutte queste melodie sospese risultino stucchevoli a lungo andare e che le tracce vocali, sia in scream che in clean, sono deboli, per ora il progetto Botanist non mostra segni di cedimento: peccato che questo album sia stato pubblicato lo stesso giorno del nuovo Alcest…

Etichetta: Aural Music

Anno: 2019

Tracklist: 01. Biomass 02. Alluvial 03. Harvestman 04. Sphagnum 05. Disturbance 06. Acclimation 07. Abiotic 08. Red Crown

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