Yossi Sassi – Recensione: Desert Butterflies

 Sono passati due anni da quando Yossi Sassi ha debuttato come solista, e molte cose sono cambiate nella carriera del chitarrista israeliano. La più eclatante è la sua uscita, all’inizio di quest’anno, dagli Orphaned Land, di cui lui era membro fondatore, una separazione che avrà sicuramente un forte impatto anche sul proseguimento di carriera della band; in secondo luogo c’è da registrare l’uscita del suo secondo lavoro da solista, un album in buona parte strumentale, che piacerà sicuramente ai fan dell’artista, ma forse si colloca un po’ al disotto del suo predecessore.

Intendiamoci, gli aspetti positivi ci sono, e sono molti. Il primo è sicuramente il carattere internazionale che ha “Desert Butterflies”, i cui pezzi sono stati registrati in tre continenti diversi, per un album che intende farsi simbolo di come la musica possa essere uno strumento per unificare i popoli, indipendentemente da confessioni religiose e Paesi di provenienza e quindi diventare a sua volta uno strumento di pace. Questo carattere internazionale è un qualcosa che Yossi ha sicuramente ereditato dalla sua carriera negli Orphaned Land, per i quali nei mesi scorsi era stata addirittura preparata una petizione per candidare la band al premio Nobel per la pace. Anche il concept che fa da filo conduttore all’album è affascinante e trasmette un messaggio decisamente positivo. Partendo dal potenziale ossimoro fra la delicatezza delle farfalle e l’ambiente ostile del deserto, dopo aver scoperto che questi due estremi possono convivere e che le farfalle vivono anche nei deserti, Yossi ha scritto un concept che ci invita, come le farfalle nel deserto, appunto, a liberarci dal bozzolo che spesso imprigiona i nostri sogni, e a vivere la nostra vita perseguendo tali sogni, nella convinzione che lo spirito umano è più forte di tutti i pregiudizi e di tutte le difficoltà.

Purtroppo però, le ottime intenzioni da parte del chitarrista si perdono in parte quando andiamo ad ascoltare l’album, che è molto valido ma, in confronto con gli standard a cui Yossi ci ha abituato negli anni precedenti, perde in parte il confronto. Alcuni pezzi sono molto validi, in particolare “Fata Morgana”, a cui partecipa anche Ron ‘Bumblefoot’ Thal, la title track strumentale, o “Believe”, in cui Mariangela Demurtas, una delle ospiti che hanno preso parte alle registrazione, canta anche in italiano. Nell’album suona anche Marty Friedman, che torna a collaborare con Yossi dopo avere già partecipato a Melting Clocks” (la recensione), primo album solista di Yossi. Altri brani invece, concentrati in particolare nella seconda parte dell’album, pur mantenendosi su livelli eccezionali per quanto riguarda l’esecuzione, sembrano meno ispirati e tendono a confondersi, mancano insomma di una qualche tipicità che li faccia ricordare a lungo e che susciti emozioni durature. “Cocoon”, uno dei pochi pezzi cantati, si salva in corner e torna a rendere grande il lavoro, grazie soprattutto a un tema portante di chitarra ottimamente riuscito. Con questo album Yossi perfeziona il suo concetto di “oriental metal” (anche se di metal vero e proprio in quest’album ce n’è davvero poco), dove le sonorità dure si mescolano senza problemi con le melodie orientali e con strumenti musicali etnici come il bouzouki, di cui Yossi è fervente sostenitore, al punto da avere inventato il  “Bouzoukitara”,un  misto fra chitarra e bouzouki.  Tutto questo rende il sound del chitarrista perfettamente riconoscibile al primo ascolto e unico nel panorama metal attuale, un altro aspetto positivo. Peccato, come dicevamo, che l’ispirazione in questo album proceda a singhiozzo.

 

Voto recensore
7
Etichetta: Vercords / Warner Music Group

Anno: 2014

Tracklist:

01. Orient Sun
02. Fata Morgana
03. Neo Quest
04. Azadi
05. Believe
06. Desert Butterfly
07. Inner Oasis
08. Shedding Soul
09. Jason's Butterflies
10. Azul
11. Cocoon
12. Palm Tree Road (Limited Edition only)


Sito Web: http://www.yossisassi.com/

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