Deafheaven – Recensione: Ordinary Corrupt Human Love

Condizioni ideali per scrivere di “Ordinary Corrupt Human Love”: stare in casa da soli, ed in ogni caso chiusi in camera, magari in prossimità di eventi potenzialmente disturbanti come le ferie, i compleanni o gli  anniversari, ed infine un gatto intorno, che ad ogni canzone cerchi di strapparvi gli auricolari (o un lobo dell’orecchio) ad unghiate, per giocare. Non è necessario che tutte queste condizioni siano rispettate, ma credetemi, la presenza del felino è fondamentale, per entrare pienamente nel mood umorale
tipico della band di San Francisco.

A tre anni da “New Bermuda” in molti (compreso il sottoscritto) temevano una svolta commerciale nella proposta dei Deafheaven, svolta che, al netto comunque di un generale ammorbidimento nei suoni, non c’è stata. Anzi, invece di puntare sulla struttura di “Baby Blue” il brano più accessibile (e diciamolo pure, emozionante) dell’album precedente, il quintetto ha deciso di ampliare i propri orizzonti, introducendo sfumature inedite senza mai comunque recedere in ferocia, basandosi sulla ormai proverbiale capacità di amalgamare atmosfere apparentemente inconciliabili tra loro. Ne è una prova l’incipit, “You without an end”, ovvero il britpop più decadente (Smiths e Suede) suonato nella cameretta di un adolescente fan degli Emperor, dove ad un recitativo femminile (l’attrice Nadia Kury alle prese con un racconto di Tom McElravey) fa inizialmente da contraltare un refrain, fino a quando, lentamente, le parti si compenetrano, così le note evocative del pianoforte ed una disperata rabbia blackgaze si trovano a tenersi per mano, davanti al medesimo tramonto. E’ solo il preludio per “Honeycomb”, primo singolo del disco, undici minuti di purissimo romanticismo Deafheaven, dove Julio Cortazar, mariachi e campi in fiore si susseguono su paesaggi chitarristici ora più rock ora languidamente shoegaze (i Ride evocati nitidamente nella stupenda coda finale). E’ proprio dallo shoegaze inglese che invece parte “Canary Yellow”, che esplode dopo pochi minuti in un assalto gioioso, un urlo incontenibile che si avvita intorno ad un riff formidabile che ti mette voglia di urlare, abbracciare, mordere. A metà dei dodici minuti annunciati, quando sembrerebbe aver esaurito la sua spinta, la canzone si concede un minuto di quiete blues per poi riprendere con la medesima foga, solo sfumata da un cantato pulito che si tiene inizialmente in disparte per poi prendersi il palcoscenico sul finale.

La breve tregua di “Near” potrebbe stare sul catalogo della Sarah Records, nel suo ricordare i migliori Pale Saints. Di ben altra pasta “Glint”, che omaggia i Cure di “Seventeen Seconds” per poi precipitare nel black metal tout court, rivelandosi il frammento più inquietante (anche per le immagini evocate dal testo) dell’intera opera. La relativamente breve (quattro minuti) “Night people” stupisce non tanto per la presenza di Chelsea Wolfe (da sempre attiva nelle collaborazioni con band come i Converge), quanto per l’inusitato tono pop (nel senso più nobile del termine) del pezzo, gradevole ma alieno e più adatto forse, ad un’uscita collaterale. Il disco si chiude con “Worthless Animal”, praticamente l’archetipo del suono Deafheaven, con i suoi chiaroscuri malinconici e le esplosioni black.   Giunta al quarto disco, la formazione si conferma maestra nel forgiare un suono estremo e allo stesso tempo accessibile, capace di emozionare senza cedere alle lusinghe di una facile orecchiabilità.

Voto recensore
8
Etichetta: Anti

Anno: 2018

Tracklist: 01. You Without End 02. Honeycomb 03 Canary Yellow 04. Near 05. Glint 06. Night People 07. Worthless Animal
Sito Web: https://deafheavens.bandcamp.com/album/ordinary-corrupt-human-love

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