King Diamond – Recensione: Conspiracy

Trovarsi davanti al vinile del nuovo album di King Diamond ed osservare il suo bel faccione con il nuovo painting non è stata una delle migliore esperienze della nostra vita (la copertina non è in effetti tra quelle da tramandare ai posteri). Fortunatamente dopo aver appoggiato il disco sul piatto ogni dubbio viene fugato dall’ascolto di quello che per certi aspetti può essere descritto come il miglior album in assoluto della carriera del nostro mitico Re.

Dopo il successo dei tre lavori precedenti la parabola della band è infatti ben avviata e ogni disco può essere segnalato per aver apportato cambiamenti non indifferenti; non tanto nella sostanza stilistica, ma sicuramente alla forma e alla cornice in cui l’opera viene confezionata. Senza alcun dubbio “Conspiracy” guadagna molto soprattutto sotto questo aspetto.

È innanzitutto il disco meglio prodotto e concepito fino a quel momento, sia per ciò che concerne i dettagli di un sound estremamente pulito e dinamico, sia per la fluidità con cui lo svolgimento del concept viene abbinato alla musica suonata dalla band. Un efficacia narrativa che fa di questo album, abbinato ovviamente al precedente “Them”, ci cui “Conspiracy continua la storia, un vero e proprio musical-horror per metallari dai gusti raffinati.

Per mettere subito le carte in tavolo la band inizia la scaletta con la favolosa “At The Graves”, capace da sola di reintrodurre la storia di King (il personaggio principale) che fa ritorno alla casa stregata e di stupire tutti con un brano di quasi nove minuti ricco di cambi di tempo, assoli e arrangiamenti non canonici.

Come sempre il centro della scena è occupato dallo stesso Diamond, capace qui di una variabilità interpretativa ancora maggiore rispetto al solito e di spaziare con apparente semplicità attraverso tutti i registri a lui addebitabili. L’utilizzo minore del falsetto è anche una sorpresa più che piacevole, visto che al contrario con “Them” ne aveva forse fin abusato.

Non da meno è però la prestazione della band, con due chitarristi incredibili come Andy LaRocque e Pete Blakk costantemente sugli scudi e una base ritmica eccezionale composta da due fenomeni come Hal Patino e Mikkey Dee.

Si tratta in sostanza di quello che viene comunemente definito “momento di grazia”, una situazione in cui tutto si incastra alla perfezione ed ognuno è messo nelle condizioni di dare il massimo. Non stupisce quindi che il risultato sia di così alto livello.

La scaletta offre da subito momenti di straordinaria potenza, come la folgorante “Lies”, bella song dal ritmo incalzante e dal refrain immediato, fino alla toccante “A Visit From The Dead”, elaborata, melodica e ricca di melodramma (si tratta del momento in cui King riceve la visita della piccola sorellina morta anni prima durante i fatti raccontati in “Them” che lo mette in guardia sui pericoli che corre).

Da qui in poi la storia si muove velocemente, seguendo il classico schema del thriller/horror e precipitando (con “Amon Belongs To Them”) verso il drammatico ed inevitabile finale (“Victimized”) che ovviamente non vi raccontiamo. Vi basti solo apprezzare la conclusione (?) lasciata ad un brano strumentale magnifico e ricco di lugubre atmosfera come “Cremation”.

Un altro capolavoro, l’ennesimo, che porta la firma di King Diamond.



Anno: 1989

Tracklist:

01. At The Graves
02. Sleepless Nights
03. Lies
04. A Visit From The Dead
05. The Wedding Dream
06. 'Amon' Belongs To Them
07. Something Weird
08. Victimized
09. Let It Be Done
10. Cremation


Sito Web: http://www.kingdiamondcoven.com/site/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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