Joy Division – Recensione: Closer

Closer” non è semplicemente un disco, “Closer” è il testamento di Ian Curtis, l’opera più grande che testimonia il talento e la sensibilità di un artista tormentato e scomparso troppo giovane, troppo in fretta per lasciare forse una traccia definitiva del suo spessore musicale. Ma in fondo “Closer”, definitivo lo è pure, è un viaggio nell’oscurità dei pensieri di un uomo che a loro volta si riflettono nel sociale, è espressione dell’ennui di un’epoca che non è mai stata così vicina.

Registrato in fretta e furia dalla band all’indomani del successo di “Unknown Pleasures” e in previsione del tour americano, “Closer” è contemplato tra gli album più influenti del panorama gotico, pur non essendo un disco “dark” a tutto tondo. L’album risente ancora molto dell’influenza del punk, eppure la rabbia espressiva si trasforma in sofferenza, le distorsioni diventano lugubri e strazianti, la voce arrendevole e anche quando i pezzi sono per così dire, più accessibili, la melodia si cura di essere malinconica e introspettiva.

Un’opera sepolcrale, introdotta dalla foto della tomba della famiglia Appiani (che si trova nel cimitero monumentale di Staglieno), un’immagine che riflette al meglio le atmosfere decadenti del disco. “Atrocity Exhibition” introduce all’ascolto con le sue percussioni potenti e ipnotiche, il basso di Peter Hook che si snoda con echi e riverberi, mentre la voce di Ian, cinica e distante, sembra già quella di un fantasma. Varrebbe la pena soffermarci su ogni singola canzone, tanto l’insieme è fondamentale in una simile opera, tuttavia, volendo estrapolare gli episodi che al meglio suggeriscono il valore dell’album, dobbiamo citare “Isolation”, brano ballabile e trasmesso dai Dj di tutto il mondo, ma che dietro gli algidi e metallici intrecci dei synth, nasconde la solitudine e il dolore del protagonista, che nella canzone invoca l’aiuto della madre.

“Colony” è arcigna, una fredda e distaccata analisi del male di vivere di Ian (che attenzione, potrebbe essere anche il nostro se analizzate attentamente le liriche), ma la grandezza arriva nella seconda parte del disco, dove il crescendo emozionale è di una intensità assoluta. “Heart And Soul” è di una malinconia straziante e nega ogni possibile spiraglio di luce, mentre “Twenty Four Hours” chiama di nuovo in causa il punk, che torna prepotente in un brano spigoloso e veloce, ma altrettanto nero. La Morte bussa alla porta con “The Eternal”, una spettrale nenia funerea dove la voce si rende sempre più distante nei toni e gli strumenti la circondano. Il brano riflette con incredibile lucidità la situazione mentale di Curtis, come se volesse dirci che nulla ha più senso e importanza. I synth e i suoni campionati chiudono l’opera con “Decades”, altro episodio ballabile se vogliamo, ma dimesso e vario, lontano dalla fruibilità dei singoli radiofonici dell’epoca.

“Closer” saluta la breve vita di un uomo che alla musica ha dato la sua essenza più intima. Da quel momento i suoi incubi si sarebbero quietati, iniziando l’avventura dei New Order.

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Factory Records

Anno: 1980

Tracklist:
01.  Atrocity Exhibition
02.  Isolation
03.  Passover
04.  Colony
05.  A Means To An End
06.  Heart And Soul
07.  Twenty Four Hours
08.  The Eternal
09.  Decades

Sito Web: https://www.facebook.com/JoyDivisionOfficial

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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  1. museica

    uno dei dischi più importanti della musica del ‘900

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