Morbid Angel – Recensione: Blessed Are The Sick

Tonnellate di riff e non uno fuori posto, partiture strumentali dall’effetto magniloquente, un tappeto ritmico inappuntabile ed espressivo, vocals profonde e penetranti… in una parola “Blessed Are The Sick” è un capolavoro. Il punto artisticamente più elevato toccato non solo dai Morbid Angel, ma probabilmente dall’intero movimento death metal americano; una vera perla di oscura bellezza che rimarrà per sempre incastonata nella storia della musica estrema.

Rispetto al comunque già eccezionale debutto (“Altars Of Madness”) la band si presenta infatti ai Morrisound Studios con una maturità e una amalgama accresciute dal prolifico tour appena finito e con anche molto più tempo a disposizione per curare i particolari (ovvero con un budget molto più cospicuo).

Come dichiarato dallo stesso Dave Vincent “Blessed Are The Sick” è nato da un momento di ispirazione filosofica quasi magico, come ammaliante è stata la scelta del bellissimo dipinto usato per la copertina: “I tesori di Satana” di Jean Delvilee rappresenta in pieno il contenuto artistico dell’album. Siamo difatti di fronte ad un’opera di magistrale bellezza formale; un album suonato con ineccepibile precisione e dotato di un suono estremamente chiaro e comprensibile (cosa che procurò anche qualche critica dagli amanti del death zozzo e minimale), ma all’interno delle song si materializza una malvagità sommessa, un magma primordiale che nasconde la libido vitale che è la radice stessa del tumulto esistenziale.

Un’iride di emozioni che si esprime attraverso trame musicali brutali e dissonanti (“Fall From Grace”) o dalla lentezza narrativa esasperante, come nella title track, ma pure con la velocità travolgente di “Brainstorm” e il saliscendi ritmico frenetico di “Thy Kingdom Come”.

In questo contesto Dave Vincent è un vero Maestro del Chaos che sostiene il centro della scena con personalità e presenza inarrivabili. La sua interpretazione si concretizza in un growling basso di tonalità e dal timbro incredibilmente drammatico che affascina e avvolge l’ascoltatore senza mai perdere la capacità di farsi comprendere.

Ogni musicista ha però il giusto spazio in un disco di questo valore e appare impossibile non restare altrettanto a bocca aperta ascoltando il lavoro ritmico svolto da un mostro come Pete Sandoval: non è infatti la sua precisione a stupire, quanto la puntualità con cui riesce ad incastrare la sua ritmica fantasiosa con il non certo canonico arzigogolare della chitarra di Trey Azagthoth.

Ed è probabilmente proprio il chitarrista quello a meritarsi da sempre le maggiori lodi, visto l’incessante e sempre originale lavoro svolto sia su ritmiche che assoli… Ascoltare ancora oggi un brano come “Abominations” fa venire il magone: tra cambi e incastri ritmici, inserimenti armonici arditi, assoli penetranti… si rischia di perdere la testa.
Una fantasia che pare evidentemente mutuata dall’ascolto della musica classica. Una matrice che si può sentire marcata nei brani più atmosferici e negli intermezzi acustici (come “Desolate Ways”) e che serve qui anche per mostrare il lato più intimista, epico e malinconico dello stile Morbid Angel (“Doomsday Celebration” e l’outro finale “In Remembrance”).

Certo, i Morbid Angel non sono un’orchestra di cento elementi e il death metal ha comunque canoni e limiti ben diversi, ma solo pensare a ciò che sono stati in grado di scrivere e suonare in un disco come “Blessed Are The Sick” li eleva al livello dei più grandi artisti che la musica contemporanea possa ricordare. Un disco immortale.

Etichetta: Earache

Anno: 1991

Tracklist:

01. Intro
02. Fall From Grace
03. Brainstorm
04. Rebel Lands
05. Doomsday Celebration
06. Day Of Suffering
07. Blessed Are The Sick / Leading The Rats
08. Thy Kingdom Come
09. Unholy Blasphemies
10. Abominations
11. Desolate Ways
12. The Ancient Ones
13. In Remembrance


Sito Web: http://www.morbidangel.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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