Soundgarden – Recensione: Badmotorfinger

Il terzo album dei Soundgarden arriva nel 1991, dopo un piccolo cambio di formazione (il nuovo bassista è Ben Shepherd al posto del dimissionario Hiro Yamamoto), sfruttando l’onda della crescente attenzione verso la scena del nord-ovest statunitense. Era il periodo in cui il mondo si concentrava sugli accordi minimali di Nirvana e compagnia bella, facendo del grunge un movimento (anche se sarebbe più corretto definirlo un non-movimento) unico e irripetibile nella storia.

I Soundgarden, comunque, avevano le carte in regola perché la popolazione mondiale focalizzasse l’attenzione anche su di loro. In primis per la denominazione geografica, visto che i quattro erano di base a Seattle, centro nevralgico della vita alternativa dell’epoca e, poi, perché già i primi due album della band (“Ultramega Ok” del 1988 e “Louder Than Love” dell’89) avevano riscosso un discreto successo in tutta la nazione, pur avendo sonorità più metal-oriented.

Proprio queste sonorità del quartetto, fondevano in maniera unica la potenza delle ritmiche più prettamente metal con delle melodie chitarristiche a tratti virtuose, a tratti volte verso una psichedelia subdola, quasi mai evidente, ma pronta a trascinare (e, talvolta, a guidare) l’ascoltatore nel vorticoso mondo dagli infiniti riff, del quartetto. Con queste credenziali, il “Giardino Sonoro” si elevava dalla massa della moltitudine di band createsi lì, in quel periodo, in quel preciso lasso temporale e pronte ad esplodere, da un momento all’altro.

Ed è qui, proprio nel ’91, che la “coffee culture” di Seattle si scontra con le sonorità che cambieranno il mondo della musica. Se da una parte (e uscito una decina di giorni prima) abbiamo “Nevermind” dei Nirvana, che esplode sul mercato come una bomba a grappolo e non lascia superstiti, dall’altra parte avremo “Badmotorfinger” dei Soundgarden, ormai pronti a presentarsi, con la giusta consapevolezza, ad un pubblico più vasto, con una quasi sconcertante pioggia di riff coadiuvati dalla potenza vocale ed espressiva di Chris Cornell. E se è vero che il “confronto diretto” penderà inesorabilmente a favore di Cobain e soci, è anche vero che il lavoro di Cornell, Tahyil, Cameron e Shepherd non sfigurerà affatto (doppio disco di platino, abbastanza ad occhi chiusi) e alimenterà una moltitudine di fan che la band non avrebbe mai pensato, prima d’ora, di avere. I Soundgarden, però, già nel 1991, un po’ per il grosso seguito, un po’ per anzianità, dovevano essere i primi veri eroi del grunge e, anche se così non fu, almeno da subito, una grossa rivincita, i quattro, se la prenderanno nel ’94 (con “Superunknown”), ma questa è un’altra storia…

Venendo ai pezzi, il tocco di Terry Date (già produttore di Pantera, Dream Theater, Overkill, nonché al secondo lavoro con i Soundgarden) si sente, eccome. Il suono è grasso e potente e ce ne si accorge di questo già dall’intro di “Rusty Cage”, che procede con un incedere incalzante, inframezzata da parti praticamente proto-sludge, che anticipavano di qualche anno le soluzioni che verranno adottate, in seguito, da Pantera e Alice In Chains.

Uno dopo l’altro, il disco sciorina pezzi killer, tra i quali è giusto citare la cadenzata “Outshined”, la vorticosa e tribaleggiante “Mind Riot”, “Slaves & Bulldozers”, “Holy Water”, la già sopracitata “Rusty Cage”, l’incalzante “Drawing Flies” o “Room A Thousands Years Wide”. “Jesus Christ Pose”, però, è il vero pezzo trainante dell’album. Una cavalcata furiosa, condotta all’unisono da tutti i quattro, con le urla lancinanti di Cornell a squarciare il silenzio e irrompere prepotentemente nelle orecchie di milioni di ascoltatori, trasformatisi da lì, in fan adoranti.

Ma la forza dell’album, come detto, è la coesione. Tutti i pezzi sono dei piccoli capolavori, funzionali all’album e che vanno a creare un mosaico unico ed irripetibile, dove anche i presunti filler (“Somewhere”, “Face Pollution”, “Searchin With My Good Eye Closed”, giusto per citarne un paio), funzionano alla grande. Certo il ben più blasonato “Superunknown” venderà molto di più e sarà conosciuto a livello globale (lo è tuttora), ma i Soundgarden arrivano e si conquistano, prepotentemente, il mercato con questo “Badmotorfinger”, che apre le porte del loro “quasimetalquasigrunge” al grande pubblico e incanta, sin da subito, per il tenore altissimo delle composizioni.

Etichetta: A&M

Anno: 1991

Tracklist:

01. Rusty Cage
02. Outshined
03. Slaves & Bulldozers
04. Jesus Christ Pose
05. Face Pollution
06. Somewhere
07. Searching With My Good Eye Closed
08. Room A Thousand Years Wide
09. Mind Riot
10. Drawing Flies
11. Holy Water
12. New Damage


Sito Web: http://soundgardenworld.com/

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