Harakiri For The Sky – Recensione: Aokigahara

“Aokigahara”, ovvero “Il Mare di Alberi”. La foresta situata ai piedi del Monte Fuji, in Giappone, è  tristemente nota per essere teatro di numerosi suicidi. Ogni anno, circa cento persone si recano tra quei grovigli di rami e foglie per togliersi la vita. Sono molte le leggende che circolano attorno ad esso, rette su credenze popolari  e non dimostrabili, ma di sicuro in grado di alimentare la notorietà di un luogo così apparentemente innocuo.

Gli austriaci Harakiri For The Sky, che ai concetti di suicidio e depressione hanno legato il panorama lirico che muove la band, scelgono dunque “Aokigahara” come titolo del secondo album, per sottolinearne la natura concettuale. Musicalmente siamo di fronte a un ibrido che mischia il black metal a sonorità definibili post rock e cupe pennellate depressive in chiave Katatonia. Lo stile è dunque annoverabile in quel nucleo di band “evolute” tra le quali possiamo citare i Lantlos, gli Hereitor, gli Amesoeurs e i californiani Deafheaven.

Non è infatti un caso che i due responsabili del progetto (il vocalist Michael e il multi strumentista Matthias Sollak) si avvalgano della collaborazione dello stesso Eklatanz degli Hereitor, in veste di guest vocalist su “Panoptycon”, ospite dell’album insieme ad altri musicisti, tra cui citiamo il nostro Cristiano “Plague” dei Whiskey Ritual, che invece presta la voce a “69 Dead Birds For Utøya”.

“Aokigahara” è un album malinconico ed avvincente, ottimo esempio di infiltrazioni estranee tra gli anfratti di un black metal crudo e primitivo. Ne è un perfetto esempio l’opener “My Bones To The Sea”, un episodio impostato sui tempi medi dove lo screaming disperato si infrange lungo la continua ricerca di una melodia portante sensuale e triste che comunica torpore e decadenza. Eppure l’ascolto è straordinariamente scorrevole, il gruppo riesce sempre a creare coinvolgimento tramite soluzioni tanto semplici quanto efficaci, quali assoli di chitarra o semplici rallentamenti, sognanti e crepuscolari.

Un modus operandi che da i suoi frutti in occasione di pezzi come la già citata “69 Dead Birds For Utøya”, uno dei momenti più sostenuti ma comunque controllato da innesti garbati, la più complessa “Panoptycon”, dove rientrano anche brevi parti di tastiera e lo screaming si fa più ragionato, nonché la splendida “Gallows (Give ‘Em Rope)”, un momento di assoluta introspezione. In tutto questo, più che la tecnica esecutiva o l’inventiva tout-court, a trionfare è la ricerca del “bel pezzo”, della canzone che pur lacrimevole, rapisce fin dalle prime battute.

Una prova più che buona, ennesima testimonianza di come il panorama di riferimento riesca a reinventarsi senza particolari alterazioni.

Per la cronaca, la versione in vinile del platter conterrà una bonus track, una rilettura di “Mad World” dei Tears For Fears che rischierà davvero di far balzare sulla sedia gli estimatori della new wave, tanto la band la destruttura e la rilegge con personalità.

 

Voto recensore
7,5
Etichetta: Art Of Propaganda

Anno: 2014

Tracklist:

01.  My Bones To The Sea

02.  Jhator

03.  Homecoming: Denied!

04.  69 Dead Birds For Utøya

05.  Parting

06.  Burning From Both Ends

07.  Panoptycon

08.  Nailgarden

09.  Gallows (Give 'Em Rope)

10.  Mad World


Sito Web: https://www.facebook.com/HarakiriForTheSky

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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