Numenorean – Recensione: Adore

Un nome che fece tanto discutere negli anni passati furono i Numenorean. Il gruppo canadese fa quel tipo di rock psichedelico con distorsione catartica, performance batteristiche piene di vigore e urla piene di riverbero (e prive di controllo) che viene definito quasi sempre con l’etichetta “post-black” o black psichedelico. Stiamo parlando di un gruppo le cui melodie in progressioni maggiori con lead in overdrive ha più in comune con Radiohead, U2 e Coldplay che con Austere, Alcest o Forgotten Tomb: musica dolce, per niente pesante o noiosa (sebbene la lunghezza delle tracce possano far suggerire altrimenti), intuitiva e semplice di comprendonio senza ricorrere ad accordature molto ribassate, composta come un’orchestra di due chitarre che si intervallano tra tremolo-picking e accordi sostenuti.

Quando il gruppo fece uscire il loro debutto “Home”, nel 2016, immediatamente scattarono le indignazioni per la copertina del suddetto album: raffigurava una ragazzina morta, insanguinata, la foto era presa da un’obitorio e la ragazzina era stata uccisa insieme alla sua famiglia da suo padre in un caso di cronaca svoltosi nel 1970 dalle circostanze misteriose, le cui informazioni si sono perse nel tempo. Lo scalpore fece anche seguito a una maggiore attenzione ai testi, vaghe ma profonde allusioni alla depressione, alla misantropia e alla perdita dell’innocenza di fronte all’ingordigia del mondo adulto. Molti si fecero distrarre dalla copertina, e pochi notarono che l’album era comunque un valido (ma non eccellente) esempio di post-black tanto leggero quanto efficace.

A confronto, “Adore” è un album assurdo. Ignorando la presenza di ben cinque interludi con chitarra/tastiera che da soli portano via almeno sei minuti di ascolto dalla durata totale (ma che forniscono comunque pause spartiacque tra le canzoni più lunghe), il resto delle tracce ha molto più in comune con il più contemporaneo metalcore: nelle ritmiche, nell’uso di accordature in drop Do e nell’alternanza tra arpeggi in chiave minore e qualche breakdown che sembra basato sui più recenti album dei Bring Me the Horizon. La traccia più evidente di questa coesistenza è “Regret”, dove, dopo un inizio che sembra presagire un brano trap elettronico, si salta direttamente con progressioni in chiave maggiore di chiara influenza Coldplay, una sezione più calma con chitarre in clean (rigorosamente presente in ogni altra traccia). Altre tracce sono “Coma” (dove i breakdown vengono malamente nascosti da colpi in snare sincopati) e la title track, la quale, dopo un introduzione con chitarre il clean, segue le suddette ballabili ritmiche con un trionfo di voci e scream che appare più caotico che altro e si conclude con la stessa progressione in Mi-Do-Re con tempi raddoppiati. “Portrait of Pieces” non inizia direttamente a pieno regime, ma con un groove di batteria con chitarre in clean con riverbero per un minuto e mezzo, per poi esplodere con blast-beat e chitarre in tremolo senza sembrare un’altra canzone: in seguito, prosegue tra palm-muting in Mi, oscuramenti di dinamiche e una coda con progressivo abbassamento di tonalità tutt’altro che climatica. “Horizon” alterna sezioni veloci che potrebbero essere composte da qualunque band black sulla Terra a ritornelli con cassa in sedicesimi basati su bordoni in Do e Mi con la famosa sezione più atmosferica, ma con screaming completamente fuori luogo.

Nonostante l’album non sia completamente estraneo al genere di cui il gruppo è stato considerato alfiere, ci sono momenti in cui sembra di ascoltare i Numenorean tentare di suonare come un altro gruppo… e non a caso sono i quelli meglio riusciti. Come album, è abbastanza breve e abbastanza vario da non sembrare monotono e ci sono anche momenti in cui il gruppo sembra prendere in giro sé stesso… però si ha anche l’impressione che il gruppo si stia spingendo un po’ troppo in là rispetto a quello che dovrebbero fare a così pochi anni di attività. Una cosa è certa: se qualche appassionato di metalcore non è ancora convinto dalle sonorità apparentemente impenetrabili del black, probabilmente “Adore” potrebbe fargli cambiare idea, in un modo o nell’altro. Byron e Brandon Lemley, d’ora in poi vi terremo d’occhio in maniera più amichevole.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2019

Tracklist: 01. Nocebo 02. Portrait of Pieces 03. Horizon 04. And Nothing Was The Same 05. Regret 06. Stay 07. Coma 08. Alone 09. Adore 10. DDHS

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