Butcher – Recensione: 666 Goats Carry My Chariot

“Capre! Capre! Capre!” Ecco tutto quello che otterrete dai belgi Bütcher. La band suona infatti uno speed metal dal timbro scurissimo, che grossolanamente si potrebbe descrivere come la versione più black metal (in senso esteso) di gruppi come Exciter, Abattoir o Agent Steel, ma che in realtà riesce dove moltissimi in questi ultimi anni hanno fallito: riportare in auge l’ignoranza nel metal. E per “ignoranza” intendo letteralmente l’intenzione consapevole di ignorare le regole del gioco e di infischiarsene se quanto proposto rischia di essere liquidato come una pagliacciata, perché in questo stile, ripreso a piene mani dal metal primordiale, è l’attitudine a fare la credibilità della proposta e i nostri la voglia di spaccare la trasudano ad ogni nota.

Dopo la classica (se fossimo nel 1983) introduzione Epic/dark arriva, delicata come un diretto di Cassius Clay, la veloce e brutale “Iron Bitch”, vero inno speed metal che si permette un finale degno dei primissimi Maiden, ma ovviamente in versione accelerata. Come se non bastasse la successiva “45 Rpm” si spinge a velocità ancora maggiori, ma senza mai calare in aggressività, come accade allo speed più melodico, tirando fuori anche un intermezzo pseudo-neoclassico talmente disarticolato da allontanarsi dal consueto effetto virtuosistico per diventare ancora più brutale. Se state pensando che adesso i nostri stiano per pigiare finalmente il freno… Nope! Al contrario, “Metallström/Face the Bütcher” inganna giusto per la introduzione marziale, ma poi tira dritto come un proiettile e “Sentinel Of Death” ricorda all’inizio qualcosa degli Slayer del periodo “Show No Mercy”, ma innesta su questa base una dose di cattiveria ulteriore che va a lambire il death/black old school, mostrando una consapevolezza stilistica assolutamente notevole.

Diciamolo, anche se ci vuole del coraggio per suonare a questo modo nel 2020, i Bütcher non paiono una band di sprovveduti, sia perché sanno come ben impugnare i loro strumenti, sia perché tutto rimane calibrato con attenzione e l’effetto caotico che ne deriva è senza dubbio cercato. Tant’è che la title track è una lunga marcia di ben nove minuti, che inizia come un incontro eroico tra Manowar e Bathory, per poi diventare improvvisamente veloce, nervosa e giocare su continui cambi di ritmo e atmosfera (qualche passaggio in stile Mercyful Fate racconta tutto). Ancora più che altrove i Bütcher dimostrano qui di saper piegare i cliché al loro volere, tirando fuori un brano che non annoia mai. Il finale ci regala una sparatissima “Viking Funeral”, in questo caso davvero quasi black metal, e l’ennesima stilettata speed “Brazen Serpent”, ancora una volta contaminata però da elementi del metal estremo anni novanta, con una punta di epic-viking metal in qualche passaggio.

“666 Goats Carry My Chariot” è un gran bell’album, che rilegge il metal dei bei tempi senza esserne solo una brutta copia. Se amate quindi certe sonorità e non disdegnate band come i Bewitched o i Desaster più speed, non potrete che restarne affascinati.

Etichetta: Osmose Productions

Anno: 2020


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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