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Slipknot – Recensione: .5: The Gray Chapter

Molti metalheads li hanno da sempre snobbati, bollati come commerciali o addirittura disprezzati, ma nessuno può negare che gli Slipknot abbiano dato un bello scossone al mondo del metal con il loro irrompere sulle scene nell’ormai lontano 1999. Il loro ritorno a ben sei anni di distanza dal precedente “All Hope Is Gone” rappresenta quindi a tutti gli effetti un evento. Evento che possiamo subito definire come felice, dal momento che “.5: The Gray Chapter”, nuovo capitolo della compagine mascherata dell’Iowa, pur muovendosi tra le coordinate a cui la band ci ha già abituato, è un disco compatto, convincente e in gran parte appassionante.

La tetra intro “XIX”, carica di tensione, conduce l’ascoltatore dritto a “Sarcastrophe”, pezzo dall’inizio d’atmosfera e pacato che fa crescere ulteriormente l’attesa prima di un violentissimo attacco, nel quale riconosciamo da subito la terremotanti percussioni degli Slipknot e il lacerante cantato di Corey Taylor. L’adrenalina e la potenza non scendono di certo nella successiva “Aov”, brano tiratissimo, ma dall’efficace refrain melodico, che non mancherà di scatenare i fan in sede live. “The Devil In I”, dopo la consueta partenza feroce, ci mostra invece il lato più introspettivo della band, sviluppandosi come una semi-ballad malinconica prima di crescere ancora una volta in un ritornello abrasivo. “Killpop” è poi una track particolare, d’alleggerimento per quasi tutta la sua durata salvo un finale ossessivo, mentre “Skeptic” è una nuova veloce scheggia nel puro stile del gruppo.

“Lech”, pur non essendo malvagia, sa un po’ di filler e rappresenta uno dei punti deboli del disco: l’album si risolleva però subito con la rarefatta ballad “Goodbye”, traccia che come sempre si incattivisce nel finale, per poi ricalare di nuovo con le abbastanza canoniche “Nomadic” e “The One That Kills The Least”. “Custer”, grazie alle sue ripetute mazzate di batteria e percussioni, risolleva la tensione e ci ripresenta la band che vogliamo sentire; la successiva instrumental “Be Prepared For Hell”, essenzialmente una sequenza di strane voci, suoni e rumori, ci porta quindi a un finale davvero riuscito. La pesante “The Negative One” è infatti un ottimo esempio di metal tirato e moderno, la conclusiva “If Rain Is What You Want” rappresenta invece il brano più originale del lotto, quasi un pezzo d’elettronica d’autore.

Arrivati al termine dell’ascolto, facciamo subito i pignoli e mettiamo in luce per prima cosa il difetto essenziale del platter, ovvero il fatto che 14 tracce per 63 minuti di durata siano in questo caso un po’ eccessive e abbiano portato alla presenza di troppi filler. Al di là questo, il nostro giudizio non può che essere positivo, perché “.5: The Gray Chapter” è un disco solido e di valore, caratterizzato soprattutto da brani riusciti e coinvolgenti. L’album giusto, insomma, per riportare alla ribalta una band speciale assente dalle scene da troppo tempo.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2014

Tracklist:

01. XIX
02. Sarcastrophe
03. Aov
04. The Devil In I
05. Killpop
06. Skeptic
07. Lech
08. Goodbye
09. Nomadic
10. The One That Kills The Least
11. Custer
12. Be Prepared For Hell
13. The Negative One
14. If Rain Is What You Want


Sito Web: http://www.slipknot1.com/#/

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

4 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Fabio

    direi che grosso modo concordo con la rece e con relativo voto, l’album non è stupendo, siam ben lontani dai livelli mastodontici dei primi due (iowa in primis), ma questa grande band ha ancora il diavolo in corpo e molto da dire, peccato per quelle 4 o 5 songs troppo pallose e troppo “stone sour”, ma le altre sono belle incazzose e tirate, quindi non posso che dire

    BEN TORNATI SLIPKNOT !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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  2. Nu Metal Head

    il voto ci sta tutto, anche se io non sono d’accordo su alcune cose… in primis “lech” non è assolutamente un filler, ma al contrario è una canzone da esaltare, perché cervellotica, articolata e “impestata”, insomma tutto all’opposto di un brano di facile presa… poi “goodbye” invece a me non piace, troppo ballad ma soprattutto priva di quegli scatti repentini che caratterizzano invece la spettacolare “killpop”… su “the one that kills the least” sono d’accordo anch’io, ma su “nomadic” assolutamente no… ragazzi, ma vi rendete conto che fatte le dovute proporzioni è la nuova “my plague”?!? la ricorda non poco nell’incedere, e propone l’alternanza fra strofe brutali e ritornello melodico in modo ottimale, proprio come ai bei tempi… proposta dal vivo farà sfracelli… io l’avrei messa come quinto capitolo della saga piuttosto che “the devil in I”, che seppur non brutta non mi ha mai convinto fino in fondo… menzione speciale anche per l’interludio, secondo me un’autentica figata, con voci e atmosfere lugubri degne di un film horror, e che posto fra due autentiche legnate come “custer” e “the negative one”, le vere hit dell’album, assume ancor maggiore significato… anch’io, dopo un ottimo disco come questo, non posso far altro che unirmi al coro: BENTORNATI SLIPKNOT!!! voto: 8

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  3. Giovanni Messere

    Un altro assalto industrial da parte degli Slipknot, onorata la memoria di Paul.

    Reply

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