Rush – Recensione: 2112

Scrivere la recensione di un disco essenziale e che la maggior parte dei fan del rock conoscono già a menadito non è mai cosa facile. Dare tutto per scontato e buttarsi sui dettagli? Partire dal presupposto che magari qualcuno ancora non ha assorbito, destrutturato e rielaborato ogni nota e che quindi una disamina più terra terra possa comunque bastare a spiegare perché un lavoro come “2112” sia indispensabile ad ogni collezione che si rispetti?

Beh, alla fine chissenfrega… quello che è davvero importante di un’opera come questa è quello che significa per chi, come me, da giovane amante del metal e soprattutto dell’allora imperante thrash, si è avvicinato alla band incuriosito da qualche lettura sporadica, spinto da quel fascino sottile che il magistrale rock degli anni settanta cominciava a suscitare in chiunque volesse fare il fatidico passo verso la comprensione più approfondita della musica che tanto adorava.

In questo senso l’incontro con i Rush è di quelli che ti cambiano la vita, perché nessuna band ha saputo come loro attraversare i generi, senza magari mai raggiungere l’influenza universale di altre super-band, ma diventando un punto di riferimento immancabile per tutti quelli che non si immaginavano il rock e il metal come lo sballo del sabato sera.

Che dire, forse i Rush non sono il gruppo che più ha cambiato le cose nel mondo, né quello che tutta una generazione ha riconosciuto come idoli, ma tra tutte le band che vi possono capitare a tiro in uno scaffale di classici rock sono sicuramente i più intelligenti. E un disco come “2112” aveva già le carte in regola per far capire la cosa.

Prima di tutto la suite che da il titolo all’album è raffinata, ma non eccessivamente colta o pretenziosa: sia per ciò che concerne le liriche, che nella parte strettamente musicale, tutto scorre via facilmente, senza lungaggini e ridondanze, ma ogni nota, ogni frase, ogni momento sono indispensabili per farsi trascinare nel mondo virtuale creato dai Rush.

Il segreto della band sta paradossalmente nell’indecisione: sono certamente troppo hard e rumorosi per i dotti e tronfi fanatici del prog, e comunque troppo elaborati per i più viscerali ascoltatori del rock duro del tempo. In loro Dioniso e Apollo vanno a braccetto, si scambiano sguardi di approvazione e collaborano per dare origine ad un prodotto finale che delinea i contorni di una visione del tutto personale della materia.

Non è un caso che tra le tante passate alla storia sono davvero poche le band ad aver mantenuto per una lunga carriera la stessa amalgama, con musicisti nati per stare uno vicino all’altro, per completarsi senza pestarsi mai i piedi. I Rush sono tutto questo e lo sono stati fin dall’ingresso in formazione di Neil Peart, che ha aggiunto all’insieme non solo un’abilità ritmica fuori dal comune, ma anche una dote per la scrittura dei testi che ha permesso alla band di fare uno scatto in avanti perentorio.

La storia raccontata in “2112”, ma anche la accuratezza letteraria di una “Twilight Zone” o la semplicità elegante di “A Passage To Bangkok” (splendida nella sua costruzione musicale dal sapore lontanamente orientale) e l’intelligente riflessione di “Something For Nothing” sono tutte farina del suo sacco.

Anche musicalmente il disco è parecchio vario, orientato spesso al rock e capace di momenti di vera potenza e mascolinità, con alcuni riff dall’impatto quasi metal (in “Lessons” ad esempio, oltre che nella mitica “The Temples Of Syrinx”), ma pur sempre in grado di sterzare verso una dolcezza inaspettate e toccante, come nella magica “Discovery” o nella serenità apparente di una “Tears”.

C’è ne quanto basta per imbattersi in un momento qualsiasi della propria vita in questo disco ed innamorarsene per sempre. Affetto che “2112” continua a suscitare ancora oggi, dopo quasi quarantanni dalla su uscita. Una vitalità senza tempo che, ci permetterete, è appannaggio unicamente dei veri capolavori.

Etichetta: Mercury

Anno: 1976

Tracklist:

01. 2112
- I. Overture
- II. The Temples Of Syrinx
- III. Discovery
- IV. Presentation
- V. Oracle: The Dream
- VI. Soliloquy
- VII. Grand Finale
02. A Passage To Bangkok
03. The Twilight Zone
04. Lessons
05. Tears
06. Something For Nothing


Sito Web: http://www.rush.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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