Rammstein – Recensione: Rammstein

I fan dei Rammstein lo sanno bene, non c’è nulla che la band tedesca abbia mai lasciato al caso. Figuriamoci poi se in ballo c’è l’uscita di un nuovo album, il primo dopo dieci anni, il primo dalla pubblicazione di “Liebe ist für alle da”.
Ed ecco spiegata la segretezza che circonda questo disco ancora senza titolo, un alone di mistero rotto soltanto dai due singoli-bomba “Deutschland” e “Radio”.

La musica dei Rammstein non è concepibile senza la loro storia, così fortemente intrecciata alla storia della natia Germania: nazione amata e odiata al tempo stesso e che però il gruppo non ha mai smesso di omaggiare con il più grande dei riconoscimenti, le lyrics in tedesco che hanno fatto dei Rammstein una delle pochissime band non anglofone a cantare nella propria lingua madre e riuscire comunque a raggiungere una fama mondiale.

E allora ha senso che l’apertura dell’album sia affidata a “Deutschland”, il cui video ripercorre la storia della Germania stessa, così come il pezzo riprende le sonorità caratteristiche della band, con un’intro elettronica che sfocia in una scarica decisamente heavy. Sarà un caso che le prime parole del disco siano proprio “Du Hast”, con immediato richiamo al più grande successo della combo? Di certo “Deutschland” è destinata a ritagliarsi il suo meritato posto tra i classici dei Rammstein, su questo i dubbi sono davvero pochi.


“Radio”, secondo singolo e seconda traccia del disco, non ha la stessa potenza musicale del brano precedente, ma rimane innegabilmente una buona trovata discografica, con un ritornello ipnotico che resta impresso fin dal primo ascolto, incorniciato da quei suoni sintetici che, fatevene una ragione, torneranno prepotentemente per tutta la durata di questo “Untitled”.


Con “Zeig Dich” si cambia ancora una volta registro: l’apertura è affidata ad un coro gregoriano in latino, subito seguito da un ottimo riff che ricorda la “Waidmannsheil” di “Liebe ist für alle da” e un ritornello arioso,in aperto richiamo al lato melodico della band.
I Rammstein amano i contrasti e le provocazioni, ed eccola qui, la traccia che tutti (ci) aspettavamo, la nuova “Pussy” del 2019: “Ausländer” è al limite del pop e anzi con il pop ci va a braccetto. L’elettronica, la dance, l’hard rock, in questo brano c’è di tutto e il tutto è corredato da lyrics leggerissime, in cui Till si cimenta con parole in francese, russo, inglese e persino italiano. Sfidiamo chiunque a resistere alle catchphrases travolgenti “Ciao ragazza / Take a chance on me” e “C’mon baby / c’est la vie”.
“Sex” mantiene il mood del brano precedente, ma non impressiona particolarmente, se non ancora una volta per un refrain di facile memorizzazione.
Ci pensa “Puppe” a riportare il disco a livelli davvero alti, è lui la vera sorpresa dell’album. L’intro è strumentale e dimessa, così come il cantato di Lindemann: sembra ci siano quasi i presupposti per una ballad, quando l’atmosfera quasi lounge del brano devia all’improvviso ed esplode in un urlo disperato e la voce di Till Lindemann si fa graffiante, distorta, quasi singhiozzante. Interpretatività ed emozione arrivano alle stelle.

Entriamo ufficialmente nella seconda metà del disco e la tensione cala leggermente, per quanto “Was Ich Liebe” rimanga comunque un buon pezzo, accompagnato da un beat quadrato e preciso, che ancora una volta si apre in un ritornello arioso, in contrasto con le strofe, molto più dritte e scandite.
Ottima invece la scelta di tenere la ballad (ma si può davvero definirla così?), “Diamant”, all’interno di un minutaggio bassissimo; solo 2 minuti e mezzo per un pezzo che dalla brevità trae solo vantaggio. Sarebbe stato inutile aggiungere altro, in pochi secondi i Rammstein creano una piccola perla, non scontata e non ridondante nell’economia del disco.
Un po’ ridondante, invece, è “Weit Weg”, un altro buon mix di elettronica, riffoni e batteria, ma forse non molto di più. Ci pensa “Tattoo” a risollevare l’attenzione, con il suo beat dritto al limite della claustrofobia: occorre una buona dose di capacità per mantenere una tale tensione musicale per 4 minuti di fila, e in questo il buon Christoph Schneider, dietro le pelli, ci sa fare davvero.

La fine si avvicina, l’immancabile 11esimo brano (11 come in tutti i precedenti dischi dei Rammstein, in un indissolubile continuum temporale) è “Hallomann”: un bellissimo giro di basso iniziale apre ad un’atmosfera inquietante, da incubo, perfetta conclusione di un disco nel complesso tenebroso, in cui il lato goliardico della band ha trovato ben poche occasioni per esplodere.

Si sa, la perfezione non è di questo mondo, mentre il settimo album di studio che i Rammstein hanno consegnato ai loro fan vuole essere tutt’altro che etereo.
Perfetto no, sarebbe stato troppo, ma senza alcun dubbio all’altezza di dieci anni di attesa. All’altezza di una carriera che speriamo possa continuare ancora a lungo. All’altezza della loro fama. All’altezza dei migliori Rammstein.

Voto recensore
8
Etichetta: Universal Music Group

Anno: 2019

Tracklist: Tracklist: 01. Deutschland 02. Radio 03. Zeigh Dich 04. Ausländer 05. Sex 06. Puppe 07. Was Ich Liebe 08. Diamant 09. Weit Weg 10. Tattoo 11. Hallomann
Sito Web: https://www.rammstein.de/de/

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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