Ram – Recensione: The Throne Within

Gli svedesi RAM tornano ad esibire tutto il loro amore per il metal anni ottanta, confezionando l’ennesimo esempio di rivisitazione del sound che in fondo è la base da cui molti dei fan del genere continuano ad attingere ancora ai nostri giorni. In questo senso la band ha da sempre raccolto una certa simpatia, anche per l’esagerata immagine tutta borchie, jeans e giubbotti di pelle che li pone come epigoni contemporanei di band come Judas Priest, Iron Maiden o Accept.

Proprio in queste influenze è facile ritrovare la loro ispirazione principale, anche se i nostri hanno saputo caratterizzarsi con tinte più dark, proponendo un’attitudine molto underground nella produzione, che non significa però “scadente”, ma si concretizza semmai in precise scelte si suono, che diventano così parte integrante dell’intenzione artistica.

Il nuovo “The Throne Within” mostra ben poche novità sotto questo punto di vista, anzi è riscontrabile un passo indietro rispetto al più variegato e fantasioso “Rod”. Il che rientrerebbe pure nel concept stesso di una formazione che mira in primo luogo a fortificare il senso di appartenenza ad uno stile dai confini ben delineati. Semmai quello che pare lecito chiedersi è se la qualità delle singole canzoni sia rimasta quella degli album migliori… e qui diventa complicato fare ragionamenti che esulino da quello che rimane un gusto personale.

In alcuni brani bisogna però sottolineare che le citate influenze emergono in modo talmente marcato da diventare ingombranti, cosa che poteva essere ancora comprensibile nelle prime uscite, ma che ad avvenuta maturità artistica diventa un limite conclamato. Un altro problema è la lunghezza di alcune canzoni; se infatti ben cinque viaggiano spesso in prossimità dei sei minuti o oltre, in almeno un paio di casi finiscono per risultare pesanti da digerire anche con più ascolti.

Ci sono alcuni pezzi che girano indubbiamente bene, come il singolo “Blades Of Betrayal”, classicissima ma con un gran tiro e un bel ritornello, l’iniziale “The Shadowwork”, rocciosa e coinvolgente, oppure “The Trap”, giostrata più sull’atmosfera e la melodia che sull’impatto. Anche in questi casi rimane sullo sfondo l’idea che nelle precedenti uscite si potessero comunque trovare brani equivalenti e anche migliori. Forse continuare sulla strada del cambiamento avrebbe significato prendersi rischi maggiori, ma “The Throne Within” dimostra che restare troppo legati alla propria zona di conforto non sempre è la scelta che paga di più.

Etichetta: Metal Blade

Anno: 2019

Tracklist: 01. The Shadowwork 02. Blades of Betrayal 03. Fang and Fur 04. Violence (Is Golden) 05. The Trap 06. No Refuge 07. Spirit Reaper 08. You All Leave 09. Ravnfell

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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