Header Unit

Rage – Recensione: Seasons Of The Black

Lo scrivo da fan sfegatato. I Rage attuali hanno un problema di fondo, sembrano una band senza ambizione. Da quando Peavy Wagner ha deciso di separare in modo netto le varie anime del gruppo, rinunciando all’apporto di un musicista fenomenale come Victor Smolski, allo scopo di tornare ad una dimensione più spontanea e rilassata, tutto è effettivamente cambiato. Non ci pare però in meglio. Se dal vivo questa attitudine può aver fatto anche bene sotto certi aspetti, prova ne è ad esempio lo splendido concerto proposta al Dagda qualche settimana fa, su disco la sensazione è che la freschezza compositiva di tanti anni fa comunque non ci sia (il tempo passa inesorabilmente per tutti) e che, allo stesso tempo, manchi quel qualcosa in più in fase di realizzazione che aveva permesso ad ogni disco della band di essere largamente sopra la media.

Se escludiamo qualche episodio un po’ più riuscito, il resto è quello che si dice un bell’insieme di ottime B-side, o potenziali bonus track, se preferite. Ovvero quei brani che hanno tutto; lo stile giusto, il suono perfetto, il marchio di fabbrica dell’autore… ma a cui manca quel quid che trasforma una canzone discreta in qualcosa che ti obbliga a cantare i ritornelli nei momenti più improbabili. E se pensiamo ai migliori album targati Rage degli anni novanta, la prima cosa che a tutti viene in mente sono proprio i chorus impossibili da ignorare, gli hook melodici che ti frullano in testa per giorni e così via…

In questa scaletta di brani così ben riusciti non ce ne sono, se prendete ad esempio una canzone come “Blackened Karma”, la struttura è quella, la voce di Peavy è quella, l’idea di base idem… ma dopo due ascolti il ritornello già risulta stucchevole e la parte strumentale ripetitiva.

Discorso simile si potrebbe fare per la maggioranza delle composizioni, con giusto, come accennato, qualcuna in grado di andare oltre la soglia della sufficienza stiracchiata. La tilte track è una di queste, dotata di una presa aggressiva di pregio e di un chorus piuttosto efficace. Buona anche “Blooshed In Paradise”, anch’essa potente, ma ammantata di un’atmosfera dark che funziona molto bene. Non male pure la più melodic speed “Time Will Tell”, ma le cose davvero spora la media mi pare finiscano qui. Anche perché non è per nulla semplice scrivere canzoni nello stile di quelle migliori messe a referto 20 e passa anni fa e beccare il centro pieno.

Proprio per questo l’evoluzione portata avanti dal gruppo era quanto di più auspicabile ci fosse. E se una delle grandi doti dei Rage, e di riflesso del suo leader Peavy Wagner, è sempre stata proprio la voglia di andare avanti, di dire sempre qualcosa di diverso, di accettare anche sfide difficili… oggi tutto questo non fa più parte del DNA della band.

Un lavoro come “Seasons Of The Black” ci pone di fronte ad una formazione che vuole divertirsi, scrivere canzoni d’impatto, senza inventarsi niente e senza rischiare nulla. Come è giusto che sia, se questa è la scelta di chi così tanto ha dato nella sua carriera, allora va rispettata. Rimane il fatto che i Rage in grado di schiaffare su un disco un brano orchestrale di 20 minuti e allo stesso tempo capaci di suonare a trecento all’ora una speed metal song con stacchi impossibili e assoli funambolici… personalmente mi davano qualcosa di più.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Seasons Of The Black 02. Serpents In Disguise 03. Blackened Karma 04. Time Will Tell 05. Septic Bite 06. Walk Among The Dead 07. All We Know Is Not 08. The Tragedy Of Man – Gaia 09. The Tragedy Of Man – Justify 10. The Tragedy Of Man – Bloodshed In Paradise 11. The Tragedy Of Man – Farewell

riccardo.manazza

view all posts

Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. fabrizio

    mah..de gustibus…preferisco questi ai pastrocchi/polpettoni di smolsky

    Reply
  2. Paul

    Black in mind , End of all days, XIII e il controverso ma a mio parere bellissimo Ghosts, ricordo questi meravigliosi dischi con immenso piacere. Grandissima band. Mi hai fatto venir voglia di riascoltarli nonostante quest’ultimo lavoro non sembra un capolavoro.

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login